BABBO BASTARDO. (Bad Santa); USA 2003. Terry Zwigoff. Con John Ritter, Lauren Graham, Brett Kelly, Tony Cox, Billy Bob Thornton. Commedia. 93′. Willie (Thornton, in formissima, talento comico inaspettato) lavora come Babbo Natale nei grandi magazzini. Qui si fa aiutare dal suo collega nano (che interpreta un’altra tipica figura natalizia) a rapinare il centro commerciale, per poi godersi un anno intero di riposo. L’icona assoluta della bontà, che arriva ogni anno a portare doni senza richiederne in cambio, può essere anche uno zotico, ignorante, scorbutico alcolizzato che non ha rispetto per niente e nessuno, nemmeno per se stesso. Producono i Cohen e Zwigoff dirige con diligenza, non rinunciando ad un (intelligente) finale consolatorio, ma il mattatore è Thornton, che con uno stile tutto suo (un po’ indolente e menefreghista; un po’ nevrotico e distruttore) ne combina di tutti i colori. Si ride di gusto e s’impara qualcosa: Babbo Natale non esiste. **½
BABEL. (Babel); USA 2006. Alejandro González Iñárritu. Con Jamie McBride, Mahima Chaudhry, Gael García Bernal, Koji Yakusho, Brad Pitt, Cate Blanchett. Drammatico. 142′. Una turista americana viene casualmente ferita in Marocco; una baby-sitter messicana porta i bambini statunitensi di cui è responsabile al matrimonio del figlio, in Messico; una ragazza giapponese, orfana e sordomuta è sola e fa di tutto per essere accettata. Le tre storie sono collegate, fattualmente e simbolicamente, ancorché situate a chilometri di distanza. Iñárritu (occhio ad accento e "ñ" nella pronuncia) ha la straordinaria capacità di aprirti il petto, strizzarti il cuore e tenerlo così per un po’, sino al sospiro con cui si concludono le sue storie. Nel farlo frammenta lo stile narrativo (ma a volte lo forza troppo), alternando tre vicende che hanno come denominatori comuni, oltre ad alcuni particolari, la forza del caso, il peso delle scelte e la sofferenza umana. Con "Babel" il regista messicano si concentra sull’incomunicabilità e l’incomprensione tra gli uomini: ancor più disarmanti e desolanti in un mondo globalizzato che si "rimpicciolisce" e nel quale le troppo forti diversità tra singoli individui ne impediscono la coesione, favorendone invece un’inutile omologazione nel dolore. ***
BAMBOLE RUSSE. (Les poupées rousses); Francia/Gran Bretagna 2005. Cédric Klapisch. Con Evguenya Obraztsova, Kevin Bishop, Cécile De France, Audrey Tautou, Kelly Reilly, Romain Duris. Commedia. 123′. Xavier è in crisiperchè non riesce a trovare la donna ideale. Passare un po’ di tempo con i vecchi amici lo aiuterà. Uno degli aspetti che colpisce di più, di "Bambole russe", riguarda il clima: non piove mai, non fa mai freddo, anche le nubi sono rade (persino a Londra), si passa, insomma dalla primavera all’estate, dall’estate alla primavera. In queste stagioni i problemi sono minimi: il troppo caldo, qualche folata di vento, una giornata più fresca del previsto. E così è anche la vita di Xavier. Che sarà mai? Le donne più belle (ma anche interessanti e intelligenti, per carità) gli cascano ai piedi, è benestante e indipendente, è circondato da splendidi amici e fa un bel lavoro (con qualche compromesso, ma che diamine, tutto no!) ed ha una bella vespa alla moda. Ma lui si complica gratuitamente la vita, cosa anche normale (ma non quando diventa un’apologia della superficialità!) ed ha la presunzione e la faccia tosta (di un fastidioso Duris, peccato perché lui invece è bravo) di venircelo a raccontare, dandoci a bere che si tratta di "realtà", non di una banale storiella, che sembra un rotocalco televisivo che deve uscire a natale (sbeffeggiato nel film stesso). Lapitzsc/Xavier ha la sfrontatezza di dirci che la vita è piatta (nel film Xavier vive momenti non facili, ma tutto si può dire tranne che la sua vita sia monotona e poco appagante) e difficile, e che trovare l’amore è un sogno quasi impossibile, ma in cui credere sempre. Una cosa però è la favola, l’avventura e la magia di sognare ad occhi aperti (le commedie romantiche possono anche essere dei capolavori: l’amore, infatti, non è in sé mai banale, ma è criminale banalizzarlo), un’altra è spacciare una storia da telenovela per una riflessione sull’amore e sui trentenni d’oggi. I trentenni d’oggi se la passano molto peggio di Xavier e la vita sa essere molto più monotona e desolante. Quanto all’amore e alla ricerca della donna ideale, mi sembra un po’ presuntuoso cercare di darne una definizione, di indicare la via, di stabilire delle regole (anche se la frase sulle Matrioske è, in tutta la sua "piacioneria", azzeccata). Lo stile video-clippato (la ripartizione dello schermo è davvero grave), accattivante e modaiolo (anche gli interni della peggiore casa russa sono eleganti e curati) e le superficialmente sbrigative pretese sociologiche, fanno di Lapitzsc il Muccino d’oltralpe. Un bel successo. *
BANCO PAZ. (Scorched); USA 2003. Gavin Grazer. Con Paulo Costanzo, John Cleese, Woody Harrelson, Rachael Leigh Cook, Alicia Silverstone. Commedia. 98′. Tre impiegati di una piccola banca del Nevada decidono di derubare, ognuno a suo modo, l’istituto per cui lavorano. Gli imprevisti e le assurde coincidenze del caso faranno il loro gioco. Ma quanti nipoti e nipotastri ha Quentin Tarantino? L’atmosfera pulp, il montaggio a incastro e lo humor nero ci sono tutti, mancano credibilità della storia, divertimento, originalità, recitazione, regia, etc. etc. Un film troppo approssimativo per essere preso in considerazione. C’è John Cleese, ma più che apprezzarne il talento, ci si interroga sul perché della sua presenza. *
LA BANDA DEL GOBBO. Italia 1977. Umberto Lenzi. Con Guido Leontini, Isa Danieli, Pino Coalizzi, Tomas Milian. Poliziesco. 98′. Tornato da una lunga latitanza, il bandito Vincenzo Marazzi, detto il Gobbo organizza una rapina. Il colpo riesce, ma i suoi tre complici, il Sogliola, Perrone e l’Albanese, gli sparano per eliminarlo. Il Gobbo però si salva e viene nascosto da una prostituta. Subito mette in atto la sua vendetta contro i compagni, ma la polizia è sulle sue tracce e, grazie all’aiuto del fratello gemello, lo scova. Pecionata parodistica del poliziottesco made in Italy. Che dire? Tanta scurrilità, qualche battuta azzeccata, una trama anche divertente ed una Roma che non esiste più. Basta per la rivalutazione/sdoganamento? Non credo. A Tarantino piace anche ‘sta roba? Non credo. * ½
I BANDITI DEL TEMPO. (Time bandits) UK 1982. Terry Gilliam. Con Sean Connery, Michael Palin, Ian Holm, Shelley Duvall. Fantasy. 116′. Kevin è un bambino vivace e curioso (ama molto leggere), ma i suoi genitori sono gretti e superficiali. Nella sua camera riceverà la visita di sei nani, rapinatori inter-temporali che, grazie ad una mappa magica, sottratta al signore del Male, derubano i grandi uomini della storia per poi fuggire in una nuova epoca temporale. Concepito come un film per tutta la famiglia e con l’intento di "essere sufficientemente intelligente per i bambini e sufficientemente divertente per gli adulti" (Gilliam), il primo film dell’ex Python (cosceneggiatore con Michael Palin) contiene già alcuni topoi della sua poetica: la forza allegorica delle immagini (incredibili, se si considerano i pochi mezzi), la fantasia come forma di conoscenza e di emancipazione dal male e da ogni tipo di prigionia, l’irrisione del potere (sia Napoleone [Holm], sia Agamennone [Connery] sono presentati in modo farsesco o ironico), il conflitto tra bene e male. Molto confusionario ed anarchico lo stile, a volte spaesante. **½
BASIC. (Basic); Canada / USA / Germania 2003. John McTiernan. Con Giovanni Ribisi, Timothy Daly, Samuel L. Jackson, Connie Nielsen, John Travolta. Azione. 98′. Tom Hardy, ex militare dell’esercito diventato agente della narcotici, viene incaricato di collaborare con il capo della polizia militare di Fort Clayton, il capitano Julia Osborne, per fare luce sulla misteriosa scomparsa del temuto e odiato sergente Nathan West. Inizialmente la donna disapprova il comportamento del collega, implicato in traffici poco chiari, ma poi i due arrivano a una temporanea tregua. McTiernan imita Kurosawa, ispirandosi a Rashomon (pioggia inclusa). Ma il risultato non è nemmeno paragonabile: un confuso pastrocchio, eccessivo e a tratti ridicolo (nel finale, in particolar modo). Non mi si venga a dire che è autoironia. Decisamente un passo falso di un grande regista dell’action movie. °
BATTAGLIA NEL CIELO. (Batalla en el cielo); Messico/Belgio/Francia/Germania 2004. Carlos Reygadas. Con Anapola Mushkadiz, Diego Martínez Vignatti, Marcos Hernández, David Bornstien, Brenda Angulo. Drammatico. 98′. Città del Messico, un uomo è in crisi perché il bambino che ha rapito con la moglie è morto. Lo aiuterà (?) la figlia del suo capo, Ana (Mushkadiz, sensuale e provocante, evoca perfettamente una generazione di donna ormai priva di limiti e freni) che, ricca e viziata, inganna il tempo facendo la prostituta di alta classe. Reygadas usa immagini e suoni al fine di creare disagio, con intenti talvolta bizzarri e grotteschi, più spesso disturbanti e pornografici. Il risultato è un film sporco e cupo, in cui troviamo piacere e sofferenza, miseria e ricchezza, dolcezza e crudeltà, a volte semplicemente vicini, altre mescolati insieme in un improbabile amplesso o in una fellatio riconciliante. Ma la redenzione vera sembra impossibile. **½
BATMAN BEGINS. (Batman Begins); USA 2005. Christopher Nolan. Con Katie Holmes, Ken Watanabe, Gary Oldman, Rutger Hauer, Morgan Freeman, Cillian Murphy, Liam Neeson, Michael Caine, Christian Bale. Fantasy. 140′. La storia del miliardario Bruce Wayne (Bale, davvero impressionante, faccia e sguardo intensi, mutevoli ed evocativi) che, dopo aver perso i genitori in seguito ad una rapina nella pericolosa e corrotta Gotham City, si avvia ad un percorso iniziatico e di addestramento per sconfiggere il crimine, sino a divenire Batman. Batman comincia con la scoperta di sé e della giustizia, con la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie paure. Batman comincia dove finisce il fumetto ed inizia il racconto di formazione. Lì cominciano anche le vicende del più umano dei supereroi, quindi del più "superoministico": Batman è un eroe esistenzialista che conosce il suo «essere» ed esiste, agendo di conseguenza, elevandosi sopra la massa. Egli mira a salvare la sua città (Gotham, ma Nolan pensa a New York), redimendola dalla corruzione e dal cinismo, mentre i suoi nemici vorrebbero distruggerla, in ossequio alla stessa logica cinica e disillusa. Cambiando stile rispetto ai precedenti lavori, Nolan si conferma regista mainstream ma con molte idee e tanto talento, ergendosi a vero e proprio «intratteni-autore». Tuttavia, la combinazione dei due registri può riuscire solo ai grandissimi, e il nuovo talento del cinema americano a volte si perde, concedendo troppo alla facile spettacolarità. Cast di prim’ordine in cui spicca un placido ed elegante Caine nel ruolo di Alfred e in cui la Holmes rovina qualsiasi scena nella quale è presente. ***
BE COOL. (Be Cool); USA 2005. F. Gary Gray. Con James Woods, Harvey Keitel, Cedric the Entertainer, Vince Vaughn, Uma Thurman, John Travolta. Commedia. 118′. L’ex strozzino Chili Palmer (Travolta, caricaturale con il suo sangue freddo da "fico": lui sguazza nel ruolo, ma la colpa è di chi lo dirige) decide di fare il produttore musicale dopo aver ascoltato una promettente cantante. La vedova di un suo amico (Thurman, ah! Se non ci fosse stato Tarantino…) lo aiuterà a sfondare, ma i due se la dovranno vedere con svariati brutti ceffi. La parola inglese "cool" è difficile da tradurre in italiano. Forse diremmo "fico", nel senso di "alla moda", "affascinante", "sicuro di sé": ciò che si dice di una persona tranquilla, che tiene tutto sotto controllo ed ha un’apparenza vincente. Probabilmente si direbbe anche "freddo", secondo una traduzione più letterale. Tuttavia, cool si riferisce ad un modo di apparire, ad una veste e non ad un’essenza. Ed è questo il senso del più o meno esplicito sequel, dedicato al mondo della musica, del fortunato "Get shorty": una confezione modaiola, tutta incentrata sulla forza vincente di due personaggi quanto mai winner e sul magico mondo della produzione musicale. In realtà, dietro la facciata per allocchi, c’è un’accozzaglia di superficialità e grossolanerie di ogni genere, una trama nulla, un po’ di musica alla moda, qualche gag azzeccata (The Rock che interpreta la guardia del corpo gay che sogna di diventare attore) e tanta vacuità. Un po’ pochino. In fondo è l’ennesimo dram-musical intimistico che racconta l’ascesa di una giovane cantante o ballerina (sul genere di "Honey"), ma in versione glamour, anzi cool… Steven Tyler recita (male) nel ruolo di se stesso e la Thurman e Travolta ballano di nuovo insieme dopo Pulp Fiction. *½
BEFORE SUNSET – PRIMA DEL TRAMONTO. (Before Sunset); USA 2004. Richard Linklater. Con Mariane Plasteig, Rodolphe Pauly, Vernon Dobtcheff, Julie Delpy, Ethan Hawke. Sentimentale. 80′. Dopo essersi incontrati ed amati a Vienna, Jesse e Celine si ritrovano 9 anni dopo a Parigi. Il nuovo incontro sarà un’occasione per confrontare successi e fallimenti, rivangare il passato ed analizzare il presente. Il sequel di "Prima dell’alba" (la versione intellettualistica della commedia sentimentale, che suggellava il romanticismo attraverso un percorso più cerebrale che passionale) è una passeggiata per le vie di Parigi (con un uso, piacevole e compiaciuto del carrello) nelle quali una fastidiosa Delpy ed un ridondante Hawke parlano troppo, sfornando una quantità eccessiva di grandi verità e assurgendo ad incarnare, rispettivamente, il Richard Gere e la Julia Roberts dei radical chic. Alcune idee ci sono ma sarebbero bastati un po’ più di sincerità ed un approccio meno programmatico per farne una gradevole commedia. *½
BELLA DI GIORNO. (Belle de jour); Francia 1966. Luis Buñuel. Con Geneviève Page, Michel Piccoli, Jean Sorel, Catherine Deneuve. Drammatico. 100′. Séverine (Deneuve, glaciale, quasi apatica, ma brava. E bella, di una bellezza austera e funzionale al ruolo), borghese ricca ma insoddisfatta, comincia a prostituirsi dalle 2 alle 5 del pomeriggio col nome "bella di giorno", liberandosi della prigione mentale che la inibisce con il marito e dando sfogo ai propri desideri. Buñuel si concentra ancora una volta sul mondo borghese e sui suoi schemi repressivi e ipocriti. Attraverso il subconscio (sconvolgenti gli inaspettati passaggi realtà-sogno) e la chiave psicologica delle pulsioni sessuali represse ed esecrate nella quotidianità, il regista spagnolo mette a nudo gli appetiti nascosti della società «bene», castrata dall’ipocrisia cattolica e perbenista di un cupo e desolante quieto vivere. ***½
LA BESTIA NEL CUORE. Italia 2005. Cristina Comencini. Con Angela Finocchiaro, Stefania Rocca, Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno. Drammatico. 120′. Sabina ha tutto per essere felice: è bella, ha un lavoro che le piace e un compagno che ama. Ma da qualche tempo è tormentata da strani incubi. Quando rimane incinta, Sabina ripensa alla sua infanzia passata in una famiglia borghese, e riporta alla memoria un angosciante segreto. "La bestia nel cuore" non è un brutto film. Per la televisione. Il difetto principale del dignitoso lavoro della Comencini, infatti, è proprio il taglio troppo televisivo. Troppi dialoghi, troppi momenti didascalici o di humor banale. Inoltre si punta tutto sugli attori (che pure son bravi, su tutti la Mezzogiorno e ad esclusione della Rocca, mai così lesbica, cieca e insopportabile) e sulle varie vicende che si intrecciano, ma il risultato è poco appassionante e coinvolgente, nonostante il tema trattato. E non bastano certo i continui piani sequenza e le «fluttuazioni» della camera ad elevare la qualità. La Comencini vorrebbe fare una «meglio gioventù al femminile», ma il risultato è ben diverso dal film di Giordana. *½
A BETTER TOMORROW. (Yinghung bunsik); Hong Kong 1986. John Woo. Con Lee Tse Ho, Ti Lung, Chow Yun-fat, Leslie Cheung. Poliziesco. 98′. Storia di due fratelli e del loro difficile rapporto. Il primo è un poliziotto che mette tutto se stesso nel suo lavoro, il secondo è un fuorilegge che ha involontariamente ostacolato la carriera del fratello e forse ha avuto qualche parte nella morte del loro padre. Quando il fratello «cattivo» torna, dopo un periodo di detenzione e con il proposito di cambiar vita, si accorge quanto sia difficile reinserirsi nella società. L’amicizia, l’eroismo e lo spirito di sacrificio come valori non solo della cultura orientale, ma in senso assoluto. La capacità di credere in un ideale, in un sogno. Al punto da sacrificare tutto quello che si ha, nella continua lotta contro il male. Sono i motivi ispiratori di tutta (rectius, di quasi tutta, vista la fase «americana») la filmografia di John Woo, già ben chiari in questo film, ancora un po’ acerbo nello stile e nella sceneggiatura e allo stesso tempo già di grande qualità, quanto a scene d’azione e ritmo (molti dei successivi film americani del genere vi si sono ispirati: rivedete "Die Hard" se non ci credete). A volte Woo cede un po’ troppo al patetismo o al machismo goliardico (soprattutto grazie a quel geniale burlone che risponde al nome di Chow Yun-fat) e forse è proprio qui il limite di "A Better Tomorrow". Netta la critica alla società di Honk Hong, in cui predominano la sete per il denaro e per il potere. **
A BETTER TOMORROW II. (Yinghung bunsik II); Hong Kong 1987. John Woo. Con Ti Lung, Chow Yun-fat, Leslie Cheung. Poliziesco. 98′. Ken (Chow) un tempo è stato un esponente di punta della malavita organizzata hongkonghese. Ora, abbandonata ogni attività illegale, decide di rigare dritto. E non solo. Avendo come fratello un onesto poliziotto, Ken (Cheung), si serve dell’esperienza acquisita e delle sue conoscenze per dargli una mano nella sua indagine contro una potentissima organizzazione criminale. Per i due non è facile, ma alla fine ce la faranno. Continua la saga, a metà strada tra l’hard-boiled e il mélo, iniziata l’anno prima dal regista John Woo e dal produttore Tsui Hark. Le tematiche dell’onore, del sacrificio e della lotta dei "buoni" contro i "cattivi" si ritrovano anche in questo seguito. Qui sono accentuati alcuni aspetti drammatici, per lo più legati alla violenza (che esplode con ferocia ad Honk Hong come in America, dove si infrangono i sogni di salvezza degli stessi emigrati di H.H.) ed ai suoi effetti sulle persone. Il tema della violenza, è doppiamente predominante: sia come danno, che come cura, inoltre, nello stile, è resa spettacolare e al contempo crudele e tragica. Ottime le scene d’azione: su tutte la «carneficina» finale con cui Woo rende omaggio a Peckinpah. Mancano ancora simbolismo e poesia dei film successivi e Woo si lascia un po’ andare alla retorica (ma è anche l’approccio orientale che non sempre è facile da digerire o da capire). **½
BIANCA. Italia 1984. Nanni Moretti. Con Roberto Vezzosi, Claudio Bigagli, Remo Remoti, Laura Morante, Nanni Moretti. Drammatico. 96′. Michele insegna in una bizzarra scuola privata. Passa il tempo libero nella maniacale osservazione e schedatura della vita privata e sentimentale di amici e vicini. Una sua vicina viene trovata uccisa e la polizia comincia le indagini. Intanto Michele conosce una nuova collega, Bianca, con cui intreccia una relazione. Una coppia di amici chiude la propria crisi in modo anomalo, ma i due vengono trovati morti a loro volta. L’amore secondo Moretti. L’amore e le sue incomunicabilità, l’eterno e inappagante rifugio della solitudine, bunker inespugnabile, che protegge e indebolisce, tenendoci al riparo dagli altri infernali. Usando un’appena accennata trama gialla, Moretti disegna un ritratto amaro e spiazzante delle relazioni interpersonali, soffermandosi sia sull’impossibilità dell’amore e degli affetti sinceri e duraturi, sia sulla disperazione della solitaria e pavida rinuncia in nome di un’impossibile unione ideale. E lo fa a modo suo: presentando una misantropia fiera e nobile, ma senza via di uscita; girando con perizia e buone idee e frammentando la storia in fotogrammi di disagio e insofferenza, che si combinano insieme, in un continuum di solitudine e sconfitta. I riferimenti ai dolci e alle scarpe sono allegorie del modo di vivere: dalla capacità di gustare lo zucchero della vita al concetto di scegliere, come affermazione, più o meno spontanea, della propria identità. Bianca è un film denso e assorbente, da visione multipla, ricco di sfumature e suggerimenti: un film che non rinuncia ad immagini stralunate e surreali, che dipingono l’esistente con insospettabile realismo. Memorabili alcune scene, come quella del barattolo enorme di Nutella o quella dedicata alla Sacher Torte ("continuiamo così! Facciamoci del male"). Semplicemente incantevole la Morante. ****
THE BIG KAHUNA. (The Big Kahuna); USA 1999. John Swanbeck. Con Paul Dawson, Peter Facinelli, Danny De Vito, Kevin Spacey. Commedia. 90′. In una suite d’albergo tre agenti vendite di una ditta di lubrificanti aspettano il "pesce grosso", il grande compratore. L’unico a parlarci sarà il più giovane ed ingenuo, che se lo farà sfuggire parlandogli di dio e della vita. Ad aspettare "Godot" (the Big Kahuna: la grande onda dei surfisti, il pesce grosso da spennare, simbolicamente l’occasione di riscatto) sono in tre, in questa commedia nera, verbosa e riflessiva, tutta dialoghi e facce, che ha il limite in una regia che osa poco e in un approccio a tratti volto all’indottrinamento. Le tre personalità, ben sviluppate e ben interpretate (straordinari i due divi, sulle cui spalle si appoggia Facinelli), sono quelle di un uomo di mezza età, a metà tra il cinismo di chi ha masticato amaro e la grinta di chi non vuole mollare (Spacey); di un uomo più anziano, disilluso, ma sereno nell’accettare il suo rammarico (De Vito); e di un giovane battista, ottuso e perbenista, ma onesto (Facinelli). La dialettica a tre non avrà un vincitore, sia perché filosoficamente impossibile, sia perché nella vita la corsa di ognuno è sempre con se stesso. Da vedere da soli, sdraiati sul divano, dopo una brutta giornata. **½2
THE BIG WHITE. (The Big White); USA 2005. Mark Mylod. Con Giovanni Ribisi, Alison Lohman, Woody Harrelson, Holly Hunter, Robin Williams. Commedia. 100′. Paul Barnel (Williams, personaggio un po’ diverso dal solito, né psicopatico [l'ultima moda], né buonista [la tradizione], comunque credibile), agente di viaggi con molti problemi finanziari, chiede alla compagnia assicurativa del paese in cui vive (nel cuore dell’Alaska) di versargli un risarcimento per la perdita del fratello, scomparso ormai da alcuni anni. Poiché le leggi dell’Alaska richiedono un’assenza di almeno sette anni per far scattare il pagamento, quando Paul trova un cadavere in un cassonetto penserà di accelerare la pratica. Ma uno zelante agente d’assicurazione (Ribisi, pallido e sbiancato si cala bene nel personaggio) è diffidente… Commedia nera e glaciale con un buon cast (Williams e Ribisi si fronteggiano bene) abbastanza in forma, sebbene in via di gigionerie (soprattutto la Hunter, peraltro troppo smagrita, e Harrelson, come sempre eccessivo). Niente di nuovo sulle fredde nevi Alaskiane ed è impossibile non pensare a "Fargo" di fronte ad una nuova variante sull’idiozia del crimine. Buona la colonna sonora. **
THE BLACK DHALIA. (The Black Dalia); USA 2006. Brian De Palma. Con Aaron Eckhart, Hilary Swank, Scarlett Johansson, Josh Hartnett. Noir. 120′. 1947. I due detective-pugili-amici Bucky Bleichert (Hartnett, ah che peccato. De Palma aveva diretto tanti e tali attori che a vedere questo bamboccio si rimpiange persino il Wasson di "Omicidio a luci rosse") e Lee Blanchard (Eckahart, parte bene, come maramaldo, poi diventa eccessivo e caricaturale) sono gli uomini del momento nella Los Angeles del dopoguerra. Un nuovo caso, l’omicidio di un’attricetta soprannominata la "Dalia nera" metterà in crisi la loro amicizia e le loro carriere. De Palma cerca di tenere in vita un genere a lui caro, recuperando atmosfere, topoi e meccanismi noir. Lo stile è ancora vivo e vivace e la mano buona si vede. Nella rissa in strada (con carrello, che meraviglia!); nell’incontro di pugilato mozzafiato; nel piano sequenza (verticale e orizzontale, alla Welles) che ritrae la sparatoria con i neri e in quello (con effetto alienante) della famiglia alto-borghese; nella scena nell’androne delle scale (la migliore in assoluto). Questi i pregi. Ora i difetti. Il cast è sotto tono e sbagliato nei personaggi maschili (soprattutto Hartnett: inadeguato); la sceneggiatura è forzata, in particolare nel finale; la soluzione dell’enigma non riesce, nel complesso, a sorprendere (in fondo che c’è di nuovo?). Le labbra della Johanson sono cresciute a dismisura, ma non la sua performance. Adriano Giannini doppia Hartnett: papà è molto lontano. **
BLOW. (Blow); USA 2001. Ted Demme. Con Penelope Cruz, Franka Potente, Rachel Griffiths, Jordi Mollà, Paul Reubens, Ray Lotta, Johnny Depp. Drammatico. 124′. La storia di George Jung. George è un allegro consumatore e piccolo spacciatore di marijuana che trascorre il suo tempo sulle spiagge della California degli anni Settanta. Poi comincia a lanciarsi nel commercio dell’erba. Da qui la sua escalation arriverà sino ad importare direttamente la cocaina dalla Colombia, ma l’attività ha i suoi rischi. Biopic «partecipato» che aleggia tra l’agiografia e il gangster-movie romanzato, con cui si vuol fare analisi sociale. Il film di Demme non convince, sia per un’inappropriata ed eccessiva lentezza, sia perché è troppo indulgente con il suo protagonista. Benché quest’ultimo sia uno spacciatore, egli è sovente descritto come un romantico sognatore schiacciato dalla società. La semplificazione di alcune in debolezze, però, fa torto proprio a Jung, del cui ritratto rimane assai poco. **
BLOW OUT. (Blow Out); USA 1981. Brian De Palma. Con Dennis Franz, John Lithgow, Nancy Allen, John Travolta. Thriller. 107′. Jack (Travolta, un po’ dozzinale e a volte troppo enfatico, ma lo sguardo e il sorriso sono adatti alla parte) è un tecnico del suono di film di serie B. Casualmente registra il suono di uno sparo, in un incidente, che vede coinvolto il candidato alla casa Bianca ed un’ingenua adescatrice che era in sua compagnia (Allen, naif e svampita: brava!). Grazie all’abilità tecnica e alla perseveranza cercherà di far emergere la verità. E’ con un piano sequenza in soggettiva, morboso ed auto-ironico (film nel film), che si apre "Blow out". De Palma cita apertamente Antonioni, ma gira e scrive (la sceneggiatura) alla sua maniera, rimanendo nel genere thriller a lui caro, spostando il concetto dell’immagine a quello del suono (successivamente applicato all’immagine) e giocando con il rapporto tra la realtà e la sua riproduzione virtuale. Quest’ultima rivelerà la verità, che sarà cinica, amara e stupefacente. ***
BLOW-UP. (Blow Up); Gran Bretagna/Italia 1966. Michelangelo Antonioni. Con Jane Birkin, Sarah Miles, Vanessa Redgrave, David Hemmings. Drammatico. 110′. Thomas, fotografo londinese che lavora nel campo della moda, ma ama fotografare scene reali, individua, in una coppia che si abbraccia in un parco, il soggetto ideale per concludere il suo libro. Poiché la donna immortalata chiede indietro il rullino, Thomas si insospettisce, finendo per scoprire (grazie all’ingrandimento) un omicidio. L’immagine espansa (Blow-up: ingrandimento) consente una dettagliata disamina della società, fino a scoprirne l’orrore nascosto. L’immagine stessa è vittima e carnefice dell’uomo comune e dell’Antonioni/Hemmings, fotografo prigioniero dell’immagine e dei suoi effetti. L’immagine è quindi sia scoperta della realtà sia distruzione e distorsione della stessa. E’ il viaggio onirico di una partita a tennis senza pallina che fugge l’ordine del reale; è il lavoro del fotografo, freddo e mercificato dalle esigenze dell’apparire (le due modelle); è la cristallizzazione del divenire che permette di andare oltre a ciò che può vedere l’occhio umano (l’omicidio, ma anche l’immagine del barbone in una foto di Hemmings che fa dire al suo editore: "sei libero come lui?"). E’, infine, il confine sottile tra la libertà anarchica dell’arte e la razionale costrizione della tecnica asservita al commercio. I simbolismi sono tanti (troppi?) ed il ritmo è lento, ma dietro fotografia rarefatta, allungamento dell’immagine, scelte cromatiche e virtuosismi dell’inquadratura c’è anche sostanza. ***½
BOBBY. (Bobby); USA 2006. Emilio Estevez. Con William H. Macy, Ashton Kutcher, Helen Hunt, Demi Moore, Anthony Hopkins, Heather Graham, Sharon Stone, Lindsay Lohane, Laurence Fishburne, Harry Belafonte. Drammatico. 120′. Il 6 giugno del 1968 il senatore del partito Democratico americano, Robert Kennedy, viene ucciso in un Hotel di Los Angeles. Nello stesso albergo si trovano ammiratori, sostenitori o simpatizzanti per il futuro candidato alla presidenza, le cui vicende ed emozioni si intrecciano e si sviluppano sino al tragico evento. Dove non poté l’estetica, bastò la l’etica. Dove si fermò la narrazione, lì arrivo la storia. Seguendo le orme di Stone ed Altman, ma avvicinandosi più a P. T. Andersson, Estevez realizza un dignitosissimo film corale e politico, armonico ed anche appassionante; sincero e sentito, nonché permeato da una «retorica giusta». Seppur non si può far a meno di evidenziarne alcuni limiti (la troppa linearità, la diligenza nel dimostrare una tesi, l’uso di molto repertorio al fine di emozionare), vanno altresì segnalate una regia rigorosa e piacevole, la grande passione dei numerosi attori (Sheen, Hopkins e Macy sono in forma, ma è splendido il siparietto sull’età e la bellezza tra la Stone e la Moore che esemplifica il decadimento di un’America sempre meno splendente e sempre più in declino) e l’originale idea di non fare un film sul politico, ma sulle persone, normali e imperfette, e sul loro modo di vedere quel politico: sull’impatto che egli aveva sugli americani di ogni estrazione, colore o credo, e su come la sua uccisione abbia ucciso anche un’idea. O, forse, un sogno. **½
BON VOYAGE. (Bon voyage) Francia 2003. Jean-Paul Rappeneau. Con Peter Coyote, Yvan Attal, Grégori Dérangère, Virginie Ledoyen, Gérard Depardieu, Isabelle Adjani. Drammatico. 110′. Nel giugno del 1940 la gente fugge da Parigi, ormai occupata dai tedeschi. A Bordeaux si ritrovano spie, attrici e giornalisti. Lo scrittore Frédéric in fuga perché accusato di un omicidio che non ha commesso (ma non ha rivelato la verità per non denunciare la bella Viviane, attrice di successo e amante dei potenti) conosce Camille, assistente di uno scienziato. Aiuterà la ragazza a far scappare dalla Francia il professore prima che i tedeschi mettano le mani sulle sue importanti scoperte. Filmetto francese che oscilla fra dramma (i nazisti invadono la Francia) e leggerezza. Il problema è che non riesce in nessuno dei due, risultando scontato, banale e anche noioso. Buono per la TV (non per il canale «autore» di Sky). *½
THE BOURNE ULTIMATUM – IL RITORNO DELLO SCIACALLO. (The Bourne Ultimatum); USA 2007. Paul Greengrass. Con Paddy Considine, Edgar Ramirez, Julia Stiles, David Strathairn, Joan Allen, Matt Damon. Thriller. 112′. Dopo aver lottato duramente per ricostruire la propria identità, e dopo che la sua amante Marie è stata uccisa da un sicario, Bourne ora vuole le ultime risposte su come egli è diventato quello che è. Mentre cerca il vertice della piramide, è al contempo il bersaglio di un implacabile agente governativo che lo insegue per ogni angolo del globo. Bourne. Jason Bourne. L’anti 007 – solo e solitario, non si concede un sorriso che sia uno e si ribella ai suoi superiori – ottiene finalmente le risposte che cercava, in questo terzo (e forse definitivo) capitolo della saga che si rifà ad un romanzo di Robert Ludlum. L’ultimo episodio di questa caccia all’uomo – che sovente vede invertiti i ruoli di preda e inseguitore – è, come i precedenti, serrato, spettacolare e incalzante. Greengrass sa come girare e si vede, perché ci sbatacchia da un capo all’altro del mondo e ci stordisce, con un paio di scene d’azione che mozzano il fiato. Tuttavia, la struttura tende a ripetersi e l’eroe assomiglia sempre di più a Superman che ad una spia. Condivisibili le critiche al potere – raffigurato dall’emblematico Stratharin – ma, ormai, un po’ banali. **
BRAZIL. (Brazil); Gran Bretagna 1985. Terry Gilliam. Con Michael Palin, Bob Hoskins, Robert De Niro, Kim Greist, Jonathan Pryce. Grottesco. 142′. Sam Lawry (Pryce, bravo nel suo ruolo antieroico di timoroso cittadino modello, ingenuo e miope, ma pronto a abbracciare la giusta causa) è un efficiente impiegato presso l’archivio comunale di una imprecisata città, capitale di un non identificato Paese, nel quale regna la Burocrazia e ogni cittadino è schedato e monitorato. Sam vorrebbe fuggire dalla routine e sogna di poter volare. Nel frattempo, gruppi eversivi cercano di mutare le cose. E’ attraverso la macchina burocratica che si gestisce il potere. Solo mediante un controllo capillare e infinitesimale della società, degli individui e delle loro azioni si può mantenere l’autorità, nascondendo ed omettendo, guidando e spaventando. Le amministrazioni, teoricamente sottoposte al diritto e al contempo libere, decidono ed agiscono, più meno incisivamente, a volte agevolando o proteggendo, altre appropriandosi delle vite dei cittadini. E’ quel che fanno tutti i governi e, in qualche modo, quello che hanno sempre fatto e sempre faranno. Sovente, uccidendo la libertà e la fantasia. Ispirandosi liberamente a "1984" di Orwell, ma ambientando il film in un imprecisato luogo temporale del futuro, Gilliam realizza il suo capolavoro: una favola nera e visionaria che commuove, disturba e fa riflettere, in un coacervo di sogni, incubi e possibili realtà. Un inno alla libertà e alla fantasia, alla vita mite del povero Sam Lawry (straordinario anti-eroe), e al suo desiderio d’amore e di fuga, ma anche un grido disperato che nasce dalla la paura di non poter più modificare ciò che non può essere tollerato. Brazil è spiazzante e folgorante, disilluso e, al tempo stesso, pieno di speranza: perché quest’ultima "non è la convinzione che le cose andranno bene, ma la convinzione che quel che stiamo facendo ha un senso, indipendentemente dal risultato"(V. Havel). Camei per Ian Holm, Bob Hoskins e Robert De Niro, sovversivo e istrionicamente baffuto. ****
BREAKFAST ON PLUTO. (Breakfast on Pluto); Irlanda/Gran Bretagna 2005. Neil Jordan. Con Seamus Reilly, Eva Birthistle, Bryan Ferry, Stephen Rea, Liam Neeson Cillian Murphy. Commedia. 104′. Patrick Braden (Murphy, bravo e non perché recita truccato e vestito da donna, ma perché usa il corpo come strumento per raccontare uno stato d’animo), abbandonato dalla madre in tenera età, cresce in una famiglia adottiva. Ben presto scopre di essere attratto dai trucchi e dai vestiti femminili. Con il passare degli anni è sempre più in disaccordo con le autorità e gli abitanti della cittadina confinante con l’Irlanda del Nord. Così, decide di trasferirsi nella più permissiva Londra alla ricerca della sua vera madre. E alla fine il mondo si salvò dal male e dal brutto grazie ad ironia e leggerezza. E’ questo il messaggio di Jordan, veicolato dalla fantasia eccentrica e pindarica dell’estrosa "Gattina"/Patrick, troppo esuberante per essere comune, troppo speciale per essere triste, troppo geniale per essere capita. Una favola bislacca e confusionaria, una storia leggera e nera, anche se un po’ naif. Un film spiazzante e al contempo lineare. Forse troppo, nell’indicare i bigotti cattivi e i fantasiosi buoni. Nel complesso una buona opera, gradevole e, a tratti, commovente. ***
BROADWAY DANNY ROSE. (Broadway Danny Rose); USA 1984 b/n. Woody Allen. Con Nick Apollo Forte, Mia Farrow, Woody Allen. Commedia. 81′. L’agente dello spettacolo Danny Rose (Allen, in uno dei suoi migliori personaggi. Grazie alla sua interpretazione, Rose è adorabile: mite e solo, caparbio e forte, altruista e virtuoso), noto per la sua abnegazione e per i suoi fallimenti, riesce, grazie ad un cantante italo-americano (Apollo Forte, bravo nel cantare e perfetto nella sua fisicità, in contrapposizione all’esile esistenza di Allen/Rose) sulla cresta dell’onda, a risalire la china. Il giorno del grande concerto, si trova a dover fare l’accompagnatore (il "piolo") della di lui amante (Farrow, in un ruolo non suo, la femme fatale di origini italiane, con risultati davvero buoni) e sarà l’inizio di lunghe peripezie. Una straordinaria commedia brillante sullo spettacolo, sulle sue logiche e sul conflitto tra vincenti individualisti e perdenti di cuore, in una parola: sulla vita. Con una comicità arguta e da cabaret, cui sottende riflessioni sul successo, Allen si concentra sugli «ultimi», sulla loro fragilità ed instancabile umanità che li fa correre, comprendere ed accettare gli altri, facendo per loro invece che per se stessi. Nella vita come a Broadway, tanti Danny Rose si accontentano di vivere, nobilitando la loro esistenza con scelte altruiste, e finendo per essere ricordati come zimbelli o sul menù di una rosticceria. Spassosa la caricatura del mondo mafioso (la scena dell’elio è da antologia) e scoppiettante colonna sonora italo-americana. Splendido, come sempre, il «caldo» bianco e nero di Gordon Willis. ***½
BROKEN FLOWERS. (Broken Flowers); USA 2005. Jim Jarmusch. Con Jeffrey Wright, Sharon Stone, Chloe Sevigny, Jessica Lange, Julie Delpy, Bill Murray. Commedia. 105′. Don Giovanni sfiorito e appassito parte alla ricerca di un ipotetico figlio avuto vent’anni prima da una delle sue tante amanti. Il viaggio nel passato sarà una desolante carrellata di personaggi inquietanti e tristi, vuoti e infelici, che si concluderà con la beffa di un incontro illusorio e non risolutorio. Jarmush si sofferma su un pezzo d’America, sulla sua superficialità, sull’invenzione di mestieri ridicoli e insensati, sui particolari delle tante vite inutili che vi si incontrano. Come quella di Don (Murray, ormai fossilizzato sul ruolo di uomo in crisi di mezza età, che comunque gli riesce bene) che ha conquistato tanto, per rimanere senza niente. E come quelle delle sue donne, che si sgretolano come fiori secchi ("rotti") **½
BRUCIO NEL VENTO. Italia/Svizzera 2002. Silvio Soldini. Con Caroline Baehr, Ctirad Götz, Barbara Lukesová, Ivan Franek. Drammatico. 118′. Tobias, che cambierà il suo nome in Malibor (Fenek, sguardo e profilo tagliente come un sofferente falco slavo), scappa dal suo villaggio ancora bambino, dopo aver accoltellato il padre. Si ricostruirà una placida e apatica vita in Svizzera. Ma quando incontrerà la sorellastra, attesa da sempre, capirà di amarla e cercherà di conquistarla. Un diario di vita, fatto di emozioni, pene e attese di un uomo, emigrato da se stesso, per arrivare nella dolente disumanità di una esistenza normale. Il freddo e bruciante resoconto di un divenire continuo, tormentato, irrequieto e inquieto, che come un vento in fiamme è pronto a lasciarsi trasportare dall’impeto della vita. L’amore e le convenzioni, le rinunce e le possibilità, il coraggio e la paura. Un film piccolo, che nasce dal di dentro, da un intimo lacerato e sincero. Gelido e ardente, ma sofferto. ***
BUBBLE. (Bubble); USA 2005. Steven Soderbergh. Con Misty Dawn Wilkins, Dustin Ashley, Debbie Doebereiner. Drammatico. 73′. In una piccola città della provincia americana viene uccisa una giovane donna. Sono sospettati il suo ex compagno, e due suoi nuovi colleghi di lavoro. L’ineluttabile e desolante spersonalizzazione dell’America para-urbana produce orrori. La mentalità iperlavoristica che aliena gli operai, svuotandoli come bambole e privandoli dei sogni e della coscienza, produce orrori ancor più grandi: dà vita a creature apatiche, acritiche e prive di identità. In grado di uccidere e di non rendersene conto. Soderbergh racconta tutto con freddezza e distacco: non è Van Sant e non lo sarà mai, e non tutto sembra sincero, ma questa volta fa centro. **½
IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO. Italia 1967. Sergio Leone. Con Rada Rassimov, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Clint Eastwood. Western. 179′. Tre «outlaws»: Joe "il buono" (Eastwood, che bello con quella faccia di cuoio!), Tuco "il brutto" (Wallach, eccessivo e picaresco, ma ci sta) e Sentenza "il cattivo" (Van Cleef, grande: cinico e insensibile oltre al soprannome anche il «nome» è perfetto), che vivono di imbrogli, truffe o omicidi su commissione sono sulle tracce di un tesoro, nascosto sotto una tomba. Terzo spaghetti-western a firma Leone. Uno dei più intensi ed avvincenti, per i toni epici, la caratterizzazione dei personaggi ed un’ironia sardonica che non stona col resto. Sullo sfondo una guerra civile, cui sono estranei i tre pistoleros, i quali, in una terra arida e cinica, hanno il loro personalissimo codice morale. Sceneggiato da Age e Scarpelli, il film ha il difetto di durare troppo, ma il «duello a tre» (chiamato, appunto, "triello") nel finale, merita l’attesa. Tra gli interpreti anche Mario Brega, popolare attore romano nel cast di numerosi film di Verdone. ***
THE BUTTERFLY EFFECT. (The Butterfly Effect); USA 2004. J. Mackye Gruber – Eric Bress. Con Elden Henson, Melora Walters, Kevin Schmidt, Amy Smart, Ashton Kutcher. Thriller. 113′. Evan Treborn ha problemi di vuoti di memoria. La sua infanzia è segnata da una serie di eventi terrificanti che hanno coinvolto i suoi amici Kayleigh, Lenny e Tommy, ma che egli non può ricordare. Incoraggiato dallo psicologo e dalla madre ha però tenuto fin da piccolo un diario in cui registra dettagliatamente la sua vita. Dopo molti anni, lo legge casualmente e all’improvviso si trova scaraventato nel passato: è bambino, ma con la mente da adulto. Per questo pensa di poter intervenire sugli eventi per cambiare il presente. "Una farfalla sbatte le ali in Brasile e si scatena un uragano in Texas". E’ questo il così detto effetto farfalla, una teoria fisico-filosofica su cui si è scritto molto (si vedano SAA. VV., Chaos and Fractals: new frontiers of science, 1992 e E.N. Lorenz, The Essence of Chaos, 1993) e che indaga le problematiche della teoria del caos. Roba forte, insomma. Ce n’era per fare un piccolo gioiellino. E invece il caos è soprattutto nella mente dei registi: Gruber e Bress perdono sovente il controllo del film; le teorie sono banalizzate e introiettate nella psiche di una persona (sinceramente è troppo: i poteri da supereroe del protagonista, un normale individuo, sono dati per scontati, come se fossero una rara forma di schizofrenia); e la lettura filosofica è assai semplicistica. Inoltre Gruber e Bress (ma uno non bastava?) si lasciano andare ad un sadismo (nei confronti dello spettatore) esageratamente disturbante e sgradevole. Gli attori, infine, sono mediocri. Peccato. Davvero. *