Big fish, Psyco e un po’ di horror estivo..

12 Agosto 2008 Commenti chiusi

BIG FISH. (Big Fish); USA 2003. Tim Burton. Con Jessica Lange, Alison Lohman, Helena Bonham Carter, Steve Buscemi, Billy Crudup, Albert Finney, Ewan McGregor. Commedia. 125′. Per Edward Bloom (McGregor (giovane), faccia tosta e sorriso smaccato e Finney (vecchio), sofferente, intenso e rassegnato) l’essenza della vita sta in ciò che si racconta. Fin da piccolo Edward trascorre il suo tempo imparando e vivendo al massimo le sue esperienze. La sua sete di avventure lo porta a girare il mondo e a diventare celebre proprio per le storie che racconta sulla sua eccentrica vita e sugli incontri con creature fuori dal comune. L’unico a non essere incantato dai racconti è il figlio di Edward, Will che se ne è andato di casa. Ma quando Edward si ammala, Will intraprende il suo viaggio personale per far luce sul passato del padre. C’era una volta un pesce che, pur di non farsi prendere all’amo dalle miserie di questo mondo crudele, volava di colore in colore, di sogno in sogno e di fantasia in fantasia, rivestendo il suo piccolo stagno come un meraviglioso e vivace oceano dalle mille tonalità. Burton espunge qualsiasi residuo dark dalla sua nuova opera, abbracciando il rischio (di cadere nel buonismo) della favola tout court: ne vien fuori un viaggio estatico e immaginifico, tra i tesori nascosti nel cuore dell’uomo, capace di sognare e (quindi) di scappare, ma anche di salvare, ricreare e reinventare la vita, altrimenti piatta, noiosa e – peccato imperdonabile – addirittura banale. Inevitabile la metafora col cinema, ma l’inno è alla fantasia, al gusto per il racconto e alla creatività in genere. Un omaggio ad una visione colorata del mondo che, stando allo sguardo positivo di chi sa sognare, non potrà che aprire ogni porta e mostrare ai giovani la via più fantasiosa per affrontare le insidide della realtà. Bravi gli attori, con un encomio per Finney, che fa da mattatore. ***½

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Il Cavaliere oscuro, Il falsario, Die Hard, Love actually…

31 Luglio 2008 Commenti chiusi

IL CAVALIERE OSCURO. (The Dark Knight); USA 2008. Christopher Nolan. Con Cillian Murphy, Anthony Michael Hall, Morgan Freeman, Eric Roberts, Michael Caine, Gary Oldman, Maggie Gyllenhaal, Aaron Eckhart, Christian Bale, Heath Ledger. Fantasy. 152′. Batman e il Commissario Gordon collaborano con Harvey Dent, il nuovo procuratore distrettuale di Gotham City, per catturare il Joker, un folle criminale che svaligia banche, rubando alla mafia. Ma altre forze tramano nell’ombra contro il Cavaliere Oscuro. Nolan costruisce con arguzia e padronanza della tecnica il "blockbuster" perfetto (o quasi), che rapisce, diverte ed emoziona, non rinunciando a far riflettere, e che trova forza, più che nell’eterna lotta tra bene e male (talmente eterna da essere un po’ trita) nel modo sottile e misterioso con cui il regista inglese vuole suggerirla, facendola cresce in una seconda parte al fulmicotone, che imbriglia lo spettatore e lo lascia senza fiato di fronte ad un vorticoso scambio di identità, ruoli e filosofie. E così la lotta di cui sopra ha i suoi paladini: un buono ingenuo, devoto, diligente ma dai pochi poteri (il commissario Gordon); un buono-bello, dalla faccia pulita, ma talmente sicuro e determinato da essere fragile, doppio e incline ad abbracciare – parzialmente – il male di fronte al dolore (il procuratore Dent); un buono-misterioso – e necessariamente oscuro – puro e giusto e per questo non sempre compreso, nobile, ma prigioniero della sua anonimia (Batman); e un cattivo micidiale e incomprensibile, anarchico e folle, che adora il male per il male (Joker, ottimamente interpretato dal defunto Heath Ledger). La partita a scacchi è aperta e piena di sorprese e ogni metafora – etica, politica ed esistenzialista – diviene possibile. Il resto è azione, adrenalina ed esplosioni, il tutto sotto la regia sapiente di un Nolan che si conferma, ancora una volta, ottimo «intratteni-autore». Qualche forzatura incrina il disegno generale (la scena delle barche è troppo ingenuamente ottimista e il Joker sembra avere più superpoteri di Batman) ma è il prezzo da pagare al fumetto. E alla metafora. Note negative per il doppiaggio (a tratti grottesco) e per Bale e la Gyllenhal, decisamente sotto tono. ***½

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La ragazza del lago, Misery non deve morire, Delitto per delitto, Infernal Affairs….

10 Luglio 2008 Commenti chiusi

 

L’UOMO CHE RIDE. (The Man Who Laughs); USA 1928. Paul Leni. Con Conrad Veidt, Olga Baclanova, Mary Philbin, Olga Baclanova. Drammatico b/n. 75′. Londra, fine ’700, un piccolo orfano, Gwynpaline, viene sfigurato in volto e condannato ad un ghigno perenne. Comincia così a vivere passando di fiera in fiera insieme al fidato Ursus, ad una bambina cieca, Dea, e al cane Homo. La sfortunata compagnia va avanti proponendolo come fenomeno da baraccone finché il ragazzo, cresciuto (Conrad Veidt), non scopre di essere figlio di un aristocratico. Ma la nobiltà imporrà una scelta esistenziale. Grottesco ed inquietante, ridondante e opprimente, "L’uomo che ride" è un bizzarro mèlo degli ani Venti, che, anticipando le inquietanti e profonde riflessioni toccate da Browning nel 1932 (ma in debito con il romanzo "L’homme qui rit" (1869) di Victor Hugo), affronta la tematica del diverso, del freak, orribile all’esterno ma nobile dentro, e le cuce addosso una storia di amore e soprusi. Eccessiva la durata, ma affascinante la messa in scena e alcune trovate visive, perfettamente in grado di evocare emozioni in una narrazione priva di sonoro. Ottimi gli attori, maschere espressioniste del disagio di anni tormentati. ***

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Gomorra, La giusta distanza, Tideland, Grosso guaio a chinatown…

25 Giugno 2008 1 commento

Stagione cinematografica 2007 – 2008

23 Febbraio 2007 1 commento

Prefazione al dizionario ed istruzioni

6 Novembre 2006 2 commenti

Dove ha origine il «Cinema»? Qual è, se c’è, il suo antenato? Forse le arti figurative? La fotografia, per via delle immagini? Al museo nazionale del cinema di Torino la visita comincia dalle “ombre cinesi”. Una forma d’arte (nel senso più ampio del termine) assai affascinante e non collocabile tra le categorie artistiche ufficiali (che sono pur sempre sette). Le ombre cinesi sono figure in movimento (con uno scarto ulteriore rispetto alla fotografia, che invece è statica), proiettate, grazie alla luce, su un muro, dove possono muoversi e mutare. Sono l’ombra della realtà e la sua riproduzione trasfigurata. Sono tante le definizioni di «Cinema». Tra queste, vorrei soffermarmi su quella che lo individua come una riproduzione alterata della realtà. Il cinema, infatti, copia il reale. Nel farlo però può essere fedele, ricalcando la realtà in modo perfetto, oppure può sovvertire la realtà, cambiandola, trasformandola, riproducendola in forme diverse. Inoltre, in entrambi i casi (quando la copia fedelmente e quando inventa) esso può costituire sia un racconto-resoconto, un’analisi della realtà, un mezzo per comprenderla; sia una fuga da essa, persino un imbroglio. La magia del cinema sta proprio in una miscela sempre cangiante ed inaspettata tra reale, immaginario e simbolico. Tra quello che è, potrebbe o vorrebbe essere. Tra il mondo dei sogni ed il sogno del mondo (scusate la “marzullata”…). Ma il cinema ha tante magie. Una di queste è l’equilibrio. L’equilibrio, come detto, tra sogno e reale. Ma anche tra immagine e storia, tra visione e racconto. Ecco perché il cinema è la più complessa delle arti. Esso racchiude in sé letteratura, fotografia, pittura, musica ed altro. E’ una commistione artistica che a volte (dipende dal film) si presenta in equilibrio perfetto. Altre volte, invece, la prevalenza di un’impostazione può essere dannosa (ma non necessariamente). Ecco perché si definiscono televisivi i film troppo parlati o troppo didascalici (improntati ad una semplicità di comunicazione che è propria della tv, piuttosto che del cinema). Altri film tendono troppo al fotografico o all’immaginifico, perdendo il senso della narrazione. Ciò però, ed è un’altra magia del cinema, non è un dogma. L’equilibrio è spesso associato alla perfezione, ma le posizioni di disequilibrio, oltre che inevitabili, possono essere comunque belle o funzionali ad indurre emozioni. Proprio le emozioni sono un’ulteriore magia del cinema. La cosa è nota ed anche piuttosto ovvia, eppure è importante rilevarla quando si parla di critica cinematografica. Come agisce il critico? Come decide? Si basa sugli strumenti e sulle nozioni acquisite (film visti, tecniche studiate, etc.) o si lascia andare alle emozioni come chiunque altro? E quanto conta l’aspetto emotivo e quanto quello scientifico? Eccovi una interessante riflessione sui film e sulla critica: “Un film, un buon film, è desiderio che si è fatto immagini, e che ora è lì, nel buio della sala, pronto a tornare vivo. Uno spettatore lo sa bene, anche se non sempre sa di saperlo. Per lui, vivo corpo desiderante, vedere il film significa immergersi nel desiderio di un altro, nel mondo contiguo al mondo reale che quel desiderio ha inventato e azzardato.(…) Per non essere un coscienzioso assaggiatore né un pallido vampiro il critico dovrà fare lo stesso. Anzi, gli toccherà fare di più. Con la scrittura dovrà rischiare, come hanno fatto gli autori con il film.(…) Come? Creando un nuovo mondo contiguo: provocato, suscitato, quasi preteso dal conflitto del suo desiderio con quello che nel film s’è fatto immagini.(…) Le recensioni dovrebbero essere questo: frutto d’un desiderio che ha avuto un altro desiderio come modello e forse come oggetto, lotta d’amore e nascita di mondi contigui, di qualcosa che non era nell’opera recensita, o che non c’era così.(…) Il buon critico non dovrebbe mai sapere dove gli capiterà di ritrovarsi, quando inizia a scrivere, né dove condurrà i suoi lettori e, forse, anche i loro desideri”. (Roberto Escobar) Da queste parti si preferirà tentare l’equilibrio (di nuovo) non come compromesso, né come presuntuosa pretesa di perfezione, ma come tentativo di personalizzare la conoscenza, di dare un’anima alle nozioni, di nobilitare un approccio scientifico (neanche troppo, non mi si fraintenda) con valutazioni soggettive. Visto che la neutralità, per fortuna, non esiste, si cerca, in questo dizionario, di evitare che una scienza umanistica venga ridotta a mera tecnica. O che la disamina di un film si riduca ad un’operazione chirurgica. Ecco perché, spero, alcuni giudizi saranno poco professionali, scarsamente oggettivi o troppo passionali. In questo cercherò di mantenere una mia coerenza ed una mia linea editoriale, ricordando che le emozioni spesso ingannano ed appannano la vista, ma anche che l’equilibrio perfetto non è di questa terra. Il Dizionario si aggiorna periodicamente, divenendo sempre più grande (in senso quantitativo). Consultarlo è facile, o attraverso l’archivio o mediante le lettere nella colonnina di destra. Qui trovate anche l’elenco dei migliori film (tutti quelli da 4 “palle” (****)), le recensioni di cui vado più fiero (indipendentemente dalla qualità del film) e la classifica stagionale (per ora c’è solo 2005-2006). Mi auguro che le valutazioni stimolino la vostra fantasia e la vostra curiosità cinefila e non solo. Come potete vedere non mi tiro indietro di fronte a film palesemente commerciali, di serie “B” o sui quali già si sa tutto. Del resto per capire il bello bisogna vedere anche il brutto… Il metro di giudizio va da * a **** (inclusi i ½); ° quando un’opera di un buon autore è deludente. In corsivo la sinossi. Lo schema è: dati tecnici-fatto-analisi-sintesi. Un’avvertenza. Non ve la prendete se, confrontando due o più film, vi accorgete che non sono distanziati nel giudizio come vorreste voi o come sarebbe logico attendersi… E’ questa la filosofia di un dizionario dei film: ogni opera ha una sua storia ed una sua valutazione, come detto, anche personale. Poi ogni lettore ha la sua, altrettanto personale classifica… Buona consultazione e non risparmiate commenti o critiche. P.S.: mi scuso per refusi o eventuali castronerie formali o cinematografiche. Se potete, segnalatemele!

A

13 Luglio 2006 Commenti chiusi

ABANDON – MISTERIOSI OMICIDI. (Abandon); USA; 2002; Stephen Gaghan. Con Fred Ward, Mark Feuerstein, Zooey Deschanel, Charlie Hunnam, Benjamin Bratt, Katie Holmes. Thriller, 99′. Katie è sotto pressione: deve ultimare la tesi e sostenere un difficile colloquio di lavoro. Come se non bastasse viene coinvolta nelle indagini dal detective Wade Handler che indaga sulla scomparsa, avvenuta due anni prima, di Embry, il suo ex fidanzato. Katie (Holmes, patetica, burrosa ed insopportabile ogni volta che apre bocca) è una specie di wonder woman: carina, dolce, intelligente, colta, creativa e determinata. Tuttavia fa l’errore di innamorarsi del più "figo" del mondo, che però la bistratta… se ne pentirà. Si consiglia di vederlo su cassetta o dvd: il tasto avanti veloce risulterà, infatti, necessario. Un’ora e mezza di assurdità, recitazioni approssimative, personaggi tagliati con l’accetta, ma soprattutto tanta, tanta, ma tanta, noia!! *
ABOUT A BOY – UN RAGAZO. (About a Boy); USA 2002. Chris Weitz e Paul Weitz. Con Madison Cook, Toni Collette, Sharon Small, Nicholas Hoult, Hugh Grant. Commedia. 101′. Trentottenne scapolo e lavativo (campa di rendita su una canzone natalizia scritta dal padre) Will (Grant, faccette e sorrisini insopportabili, ma ormai si vedono un po’ di rughe: tra un po’ la smette) si ravvederà grazie all’apporto-disturbo del figlio di una madre-single, con cui Will entra in contatto per caso. Le commedie romantico-buoniste inglesi si sono spesso distinte dalla retorica qualunquista che domina oltre oceano, tuttavia, "About a Boy", benché ambientato e girato a Londra, è di produzione americana. E si vede. I fratelli Weitz operano per luoghi comuni e macchiette poco credibili: prima distruggono tutto (i superficiali e i parassiti, così come gli ex-hippy iper-protettivi), poi si scatenano in un buonismo eccessivo poco credibile, in cui si salvano tutti. La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti e non basta un po’ di buona musica pop per coinvolgere veramente lo spettatore. Quando poi vediamo che Weitz e Weitz hanno anche la pretesa di usare riprese dall’alto, zoommate ed altri piccoli trucchetti da videoclip, il tutto diventa insopportabile. *
EL ABRAZO PARTIDO – UN ABBRACCIO PERDUTO. (El abrazo partido). Argentiuna/Francia/Spagna/Italia 2004. Daniel Barman. Con Diego Korol, Adriana Aizemberg, Sergio Boris, Daniel Hendler. Drammatico. 99′. Nella "Galleria", ala di un centro commerciale di Buenos Aires fatta di negozi gestiti per lo più da ebrei, il ventenne Ariel, figlio di immigrati polacchi, è in crisi. In bilico tra un futuro indeciso ed un passato che lo angoscia (il padre lo ha abbandonato quando era piccolo per combattere la guerra in Kippur), Ariel si fa carico di tutto il senso di colpa della comunità che lo circonda, nella difficile scelta tra interessi comuni (difendere il proprio paese, come ha fatto il padre vent’anni prima) e privati (mantenere salda la famiglia e prendersi cura dei propri figli: ciò che ha rinunciato a fare). "El abrazo partido" soffre della stessa indecisione ed inquietudine del suo protagonista: sia in una regia dalla camera troppo movimentata, sia nello sviluppo della storia, troppo confuso e incompiuto tra le vari tematiche che vuole affrontare. Ed è un peccato perché tradisce un Dilemma dalle grandi potenzialità cinematografiche. **
ACCADDE UNA NOTTE. (It Happened One Night); USA 1934 b/n. Frank Capra. Con Roscoe Karns, Walter Connolly, Claudette Colbert, Clark Gable. Commedia. 108′. Helen (Colbert, brava e affascinante, con quelle labbra a cuore ormai così demodé), figlia di un ricco uomo d’affari scappa di casa perché il padre non vuole acconsentire al matrimonio tra lei ed un sospettoso aviatore. Durante la fuga conoscerà un giornalista (Gable, faccia tosta e baffi da «scugnizzo» dal cuore d’oro), scapestrato ma onesto, che si prenderà cura di lei. Non senza imprevisti. Con un tono da commedia brillante, romantica e on the road Capra gioca sottile con l’innamoramento che spesso nasce dall’antipatia; e, con il suo tocco magico, conduce leggeri sino ad un pirotecnico ed altalenante finale, fatto di pura emozione. Splendidi i duetti tra i protagonisti, fra i quali, si segnala in particolare quello sull’autostop. Si faccia caso all’illuminazione: conferisce a molte scene un’aurea di poesia e romanticismo. Cinque oscar. ***
A CENA CON GLI AMICI. (Diner); USA 1982. Barry Levinson. Con Steve Guttenberg, Ellen Barkin, Kevin Bacon, Mickey Rourke. Commedia. 95′. Alcuni ragazzi di Baltimora si ritrovano periodicamente ad un ristorante, dove, tra uno scherzo e l’altro, crescono e compiono le loro scelte, più o meno amare. L’esordio cinematografico di Barry Levinson è una commedia sfilacciata, in cui il poliedrico cast sembra perdersi in marachelle, scherzi e scelte di vita. Troppo frammentato, scollato e, a tratti, manierista. Nonostante una buona idea di fondo risulta poco sincero e, in verità, poco originale (si veda, per tutti, "American Graffiti"). *½

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B

13 Luglio 2006 2 commenti

BABBO BASTARDO. (Bad Santa); USA 2003. Terry Zwigoff. Con John Ritter, Lauren Graham, Brett Kelly, Tony Cox, Billy Bob Thornton. Commedia. 93′. Willie (Thornton, in formissima, talento comico inaspettato) lavora come Babbo Natale nei grandi magazzini. Qui si fa aiutare dal suo collega nano (che interpreta un’altra tipica figura natalizia) a rapinare il centro commerciale, per poi godersi un anno intero di riposo. L’icona assoluta della bontà, che arriva ogni anno a portare doni senza richiederne in cambio, può essere anche uno zotico, ignorante, scorbutico alcolizzato che non ha rispetto per niente e nessuno, nemmeno per se stesso. Producono i Cohen e Zwigoff dirige con diligenza, non rinunciando ad un (intelligente) finale consolatorio, ma il mattatore è Thornton, che con uno stile tutto suo (un po’ indolente e menefreghista; un po’ nevrotico e distruttore) ne combina di tutti i colori. Si ride di gusto e s’impara qualcosa: Babbo Natale non esiste. **½
BABEL. (Babel); USA 2006. Alejandro González Iñárritu. Con Jamie McBride, Mahima Chaudhry, Gael García Bernal, Koji Yakusho, Brad Pitt, Cate Blanchett. Drammatico. 142′. Una turista americana viene casualmente ferita in Marocco; una baby-sitter messicana porta i bambini statunitensi di cui è responsabile al matrimonio del figlio, in Messico; una ragazza giapponese, orfana e sordomuta è sola e fa di tutto per essere accettata. Le tre storie sono collegate, fattualmente e simbolicamente, ancorché situate a chilometri di distanza. Iñárritu (occhio ad accento e "ñ" nella pronuncia) ha la straordinaria capacità di aprirti il petto, strizzarti il cuore e tenerlo così per un po’, sino al sospiro con cui si concludono le sue storie. Nel farlo frammenta lo stile narrativo (ma a volte lo forza troppo), alternando tre vicende che hanno come denominatori comuni, oltre ad alcuni particolari, la forza del caso, il peso delle scelte e la sofferenza umana. Con "Babel" il regista messicano si concentra sull’incomunicabilità e l’incomprensione tra gli uomini: ancor più disarmanti e desolanti in un mondo globalizzato che si "rimpicciolisce" e nel quale le troppo forti diversità tra singoli individui ne impediscono la coesione, favorendone invece un’inutile omologazione nel dolore. ***
BAMBOLE RUSSE. (Les poupées rousses); Francia/Gran Bretagna 2005. Cédric Klapisch. Con Evguenya Obraztsova, Kevin Bishop, Cécile De France, Audrey Tautou, Kelly Reilly, Romain Duris. Commedia. 123′. Xavier è in crisiperchè non riesce a trovare la donna ideale. Passare un po’ di tempo con i vecchi amici lo aiuterà. Uno degli aspetti che colpisce di più, di "Bambole russe", riguarda il clima: non piove mai, non fa mai freddo, anche le nubi sono rade (persino a Londra), si passa, insomma dalla primavera all’estate, dall’estate alla primavera. In queste stagioni i problemi sono minimi: il troppo caldo, qualche folata di vento, una giornata più fresca del previsto. E così è anche la vita di Xavier. Che sarà mai? Le donne più belle (ma anche interessanti e intelligenti, per carità) gli cascano ai piedi, è benestante e indipendente, è circondato da splendidi amici e fa un bel lavoro (con qualche compromesso, ma che diamine, tutto no!) ed ha una bella vespa alla moda. Ma lui si complica gratuitamente la vita, cosa anche normale (ma non quando diventa un’apologia della superficialità!) ed ha la presunzione e la faccia tosta (di un fastidioso Duris, peccato perché lui invece è bravo) di venircelo a raccontare, dandoci a bere che si tratta di "realtà", non di una banale storiella, che sembra un rotocalco televisivo che deve uscire a natale (sbeffeggiato nel film stesso). Lapitzsc/Xavier ha la sfrontatezza di dirci che la vita è piatta (nel film Xavier vive momenti non facili, ma tutto si può dire tranne che la sua vita sia monotona e poco appagante) e difficile, e che trovare l’amore è un sogno quasi impossibile, ma in cui credere sempre. Una cosa però è la favola, l’avventura e la magia di sognare ad occhi aperti (le commedie romantiche possono anche essere dei capolavori: l’amore, infatti, non è in sé mai banale, ma è criminale banalizzarlo), un’altra è spacciare una storia da telenovela per una riflessione sull’amore e sui trentenni d’oggi. I trentenni d’oggi se la passano molto peggio di Xavier e la vita sa essere molto più monotona e desolante. Quanto all’amore e alla ricerca della donna ideale, mi sembra un po’ presuntuoso cercare di darne una definizione, di indicare la via, di stabilire delle regole (anche se la frase sulle Matrioske è, in tutta la sua "piacioneria", azzeccata). Lo stile video-clippato (la ripartizione dello schermo è davvero grave), accattivante e modaiolo (anche gli interni della peggiore casa russa sono eleganti e curati) e le superficialmente sbrigative pretese sociologiche, fanno di Lapitzsc il Muccino d’oltralpe. Un bel successo. *
BANCO PAZ. (Scorched); USA 2003. Gavin Grazer. Con Paulo Costanzo, John Cleese, Woody Harrelson, Rachael Leigh Cook, Alicia Silverstone. Commedia. 98′. Tre impiegati di una piccola banca del Nevada decidono di derubare, ognuno a suo modo, l’istituto per cui lavorano. Gli imprevisti e le assurde coincidenze del caso faranno il loro gioco. Ma quanti nipoti e nipotastri ha Quentin Tarantino? L’atmosfera pulp, il montaggio a incastro e lo humor nero ci sono tutti, mancano credibilità della storia, divertimento, originalità, recitazione, regia, etc. etc. Un film troppo approssimativo per essere preso in considerazione. C’è John Cleese, ma più che apprezzarne il talento, ci si interroga sul perché della sua presenza. *
LA BANDA DEL GOBBO. Italia 1977. Umberto Lenzi. Con Guido Leontini, Isa Danieli, Pino Coalizzi, Tomas Milian. Poliziesco. 98′. Tornato da una lunga latitanza, il bandito Vincenzo Marazzi, detto il Gobbo organizza una rapina. Il colpo riesce, ma i suoi tre complici, il Sogliola, Perrone e l’Albanese, gli sparano per eliminarlo. Il Gobbo però si salva e viene nascosto da una prostituta. Subito mette in atto la sua vendetta contro i compagni, ma la polizia è sulle sue tracce e, grazie all’aiuto del fratello gemello, lo scova. Pecionata parodistica del poliziottesco made in Italy. Che dire? Tanta scurrilità, qualche battuta azzeccata, una trama anche divertente ed una Roma che non esiste più. Basta per la rivalutazione/sdoganamento? Non credo. A Tarantino piace anche ‘sta roba? Non credo. * ½
I BANDITI DEL TEMPO. (Time bandits) UK 1982. Terry Gilliam. Con Sean Connery, Michael Palin, Ian Holm, Shelley Duvall. Fantasy. 116′. Kevin è un bambino vivace e curioso (ama molto leggere), ma i suoi genitori sono gretti e superficiali. Nella sua camera riceverà la visita di sei nani, rapinatori inter-temporali che, grazie ad una mappa magica, sottratta al signore del Male, derubano i grandi uomini della storia per poi fuggire in una nuova epoca temporale. Concepito come un film per tutta la famiglia e con l’intento di "essere sufficientemente intelligente per i bambini e sufficientemente divertente per gli adulti" (Gilliam), il primo film dell’ex Python (cosceneggiatore con Michael Palin) contiene già alcuni topoi della sua poetica: la forza allegorica delle immagini (incredibili, se si considerano i pochi mezzi), la fantasia come forma di conoscenza e di emancipazione dal male e da ogni tipo di prigionia, l’irrisione del potere (sia Napoleone [Holm], sia Agamennone [Connery] sono presentati in modo farsesco o ironico), il conflitto tra bene e male. Molto confusionario ed anarchico lo stile, a volte spaesante. **½
BASIC. (Basic); Canada / USA / Germania 2003. John McTiernan. Con Giovanni Ribisi, Timothy Daly, Samuel L. Jackson, Connie Nielsen, John Travolta. Azione. 98′. Tom Hardy, ex militare dell’esercito diventato agente della narcotici, viene incaricato di collaborare con il capo della polizia militare di Fort Clayton, il capitano Julia Osborne, per fare luce sulla misteriosa scomparsa del temuto e odiato sergente Nathan West. Inizialmente la donna disapprova il comportamento del collega, implicato in traffici poco chiari, ma poi i due arrivano a una temporanea tregua. McTiernan imita Kurosawa, ispirandosi a Rashomon (pioggia inclusa). Ma il risultato non è nemmeno paragonabile: un confuso pastrocchio, eccessivo e a tratti ridicolo (nel finale, in particolar modo). Non mi si venga a dire che è autoironia. Decisamente un passo falso di un grande regista dell’action movie. °
BATTAGLIA NEL CIELO. (Batalla en el cielo); Messico/Belgio/Francia/Germania 2004. Carlos Reygadas. Con Anapola Mushkadiz, Diego Martínez Vignatti, Marcos Hernández, David Bornstien, Brenda Angulo. Drammatico. 98′. Città del Messico, un uomo è in crisi perché il bambino che ha rapito con la moglie è morto. Lo aiuterà (?) la figlia del suo capo, Ana (Mushkadiz, sensuale e provocante, evoca perfettamente una generazione di donna ormai priva di limiti e freni) che, ricca e viziata, inganna il tempo facendo la prostituta di alta classe. Reygadas usa immagini e suoni al fine di creare disagio, con intenti talvolta bizzarri e grotteschi, più spesso disturbanti e pornografici. Il risultato è un film sporco e cupo, in cui troviamo piacere e sofferenza, miseria e ricchezza, dolcezza e crudeltà, a volte semplicemente vicini, altre mescolati insieme in un improbabile amplesso o in una fellatio riconciliante. Ma la redenzione vera sembra impossibile. **½
BATMAN BEGINS. (Batman Begins); USA 2005. Christopher Nolan. Con Katie Holmes, Ken Watanabe, Gary Oldman, Rutger Hauer, Morgan Freeman, Cillian Murphy, Liam Neeson, Michael Caine, Christian Bale. Fantasy. 140′. La storia del miliardario Bruce Wayne (Bale, davvero impressionante, faccia e sguardo intensi, mutevoli ed evocativi) che, dopo aver perso i genitori in seguito ad una rapina nella pericolosa e corrotta Gotham City, si avvia ad un percorso iniziatico e di addestramento per sconfiggere il crimine, sino a divenire Batman. Batman comincia con la scoperta di sé e della giustizia, con la consapevolezza dei propri limiti e delle proprie paure. Batman comincia dove finisce il fumetto ed inizia il racconto di formazione. Lì cominciano anche le vicende del più umano dei supereroi, quindi del più "superoministico": Batman è un eroe esistenzialista che conosce il suo «essere» ed esiste, agendo di conseguenza, elevandosi sopra la massa. Egli mira a salvare la sua città (Gotham, ma Nolan pensa a New York), redimendola dalla corruzione e dal cinismo, mentre i suoi nemici vorrebbero distruggerla, in ossequio alla stessa logica cinica e disillusa. Cambiando stile rispetto ai precedenti lavori, Nolan si conferma regista mainstream ma con molte idee e tanto talento, ergendosi a vero e proprio «intratteni-autore». Tuttavia, la combinazione dei due registri può riuscire solo ai grandissimi, e il nuovo talento del cinema americano a volte si perde, concedendo troppo alla facile spettacolarità. Cast di prim’ordine in cui spicca un placido ed elegante Caine nel ruolo di Alfred e in cui la Holmes rovina qualsiasi scena nella quale è presente. ***
BE COOL. (Be Cool); USA 2005. F. Gary Gray. Con James Woods, Harvey Keitel, Cedric the Entertainer, Vince Vaughn, Uma Thurman, John Travolta. Commedia. 118′. L’ex strozzino Chili Palmer (Travolta, caricaturale con il suo sangue freddo da "fico": lui sguazza nel ruolo, ma la colpa è di chi lo dirige) decide di fare il produttore musicale dopo aver ascoltato una promettente cantante. La vedova di un suo amico (Thurman, ah! Se non ci fosse stato Tarantino…) lo aiuterà a sfondare, ma i due se la dovranno vedere con svariati brutti ceffi. La parola inglese "cool" è difficile da tradurre in italiano. Forse diremmo "fico", nel senso di "alla moda", "affascinante", "sicuro di sé": ciò che si dice di una persona tranquilla, che tiene tutto sotto controllo ed ha un’apparenza vincente. Probabilmente si direbbe anche "freddo", secondo una traduzione più letterale. Tuttavia, cool si riferisce ad un modo di apparire, ad una veste e non ad un’essenza. Ed è questo il senso del più o meno esplicito sequel, dedicato al mondo della musica, del fortunato "Get shorty": una confezione modaiola, tutta incentrata sulla forza vincente di due personaggi quanto mai winner e sul magico mondo della produzione musicale. In realtà, dietro la facciata per allocchi, c’è un’accozzaglia di superficialità e grossolanerie di ogni genere, una trama nulla, un po’ di musica alla moda, qualche gag azzeccata (The Rock che interpreta la guardia del corpo gay che sogna di diventare attore) e tanta vacuità. Un po’ pochino. In fondo è l’ennesimo dram-musical intimistico che racconta l’ascesa di una giovane cantante o ballerina (sul genere di "Honey"), ma in versione glamour, anzi cool… Steven Tyler recita (male) nel ruolo di se stesso e la Thurman e Travolta ballano di nuovo insieme dopo Pulp Fiction. *½
BEFORE SUNSET – PRIMA DEL TRAMONTO. (Before Sunset); USA 2004. Richard Linklater. Con Mariane Plasteig, Rodolphe Pauly, Vernon Dobtcheff, Julie Delpy, Ethan Hawke. Sentimentale. 80′. Dopo essersi incontrati ed amati a Vienna, Jesse e Celine si ritrovano 9 anni dopo a Parigi. Il nuovo incontro sarà un’occasione per confrontare successi e fallimenti, rivangare il passato ed analizzare il presente. Il sequel di "Prima dell’alba" (la versione intellettualistica della commedia sentimentale, che suggellava il romanticismo attraverso un percorso più cerebrale che passionale) è una passeggiata per le vie di Parigi (con un uso, piacevole e compiaciuto del carrello) nelle quali una fastidiosa Delpy ed un ridondante Hawke parlano troppo, sfornando una quantità eccessiva di grandi verità e assurgendo ad incarnare, rispettivamente, il Richard Gere e la Julia Roberts dei radical chic. Alcune idee ci sono ma sarebbero bastati un po’ più di sincerità ed un approccio meno programmatico per farne una gradevole commedia. *½
BELLA DI GIORNO. (Belle de jour); Francia 1966. Luis Buñuel. Con Geneviève Page, Michel Piccoli, Jean Sorel, Catherine Deneuve. Drammatico. 100′. Séverine (Deneuve, glaciale, quasi apatica, ma brava. E bella, di una bellezza austera e funzionale al ruolo), borghese ricca ma insoddisfatta, comincia a prostituirsi dalle 2 alle 5 del pomeriggio col nome "bella di giorno", liberandosi della prigione mentale che la inibisce con il marito e dando sfogo ai propri desideri. Buñuel si concentra ancora una volta sul mondo borghese e sui suoi schemi repressivi e ipocriti. Attraverso il subconscio (sconvolgenti gli inaspettati passaggi realtà-sogno) e la chiave psicologica delle pulsioni sessuali represse ed esecrate nella quotidianità, il regista spagnolo mette a nudo gli appetiti nascosti della società «bene», castrata dall’ipocrisia cattolica e perbenista di un cupo e desolante quieto vivere. ***½
LA BESTIA NEL CUORE. Italia 2005. Cristina Comencini. Con Angela Finocchiaro, Stefania Rocca, Alessio Boni, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno. Drammatico. 120′. Sabina ha tutto per essere felice: è bella, ha un lavoro che le piace e un compagno che ama. Ma da qualche tempo è tormentata da strani incubi. Quando rimane incinta, Sabina ripensa alla sua infanzia passata in una famiglia borghese, e riporta alla memoria un angosciante segreto. "La bestia nel cuore" non è un brutto film. Per la televisione. Il difetto principale del dignitoso lavoro della Comencini, infatti, è proprio il taglio troppo televisivo. Troppi dialoghi, troppi momenti didascalici o di humor banale. Inoltre si punta tutto sugli attori (che pure son bravi, su tutti la Mezzogiorno e ad esclusione della Rocca, mai così lesbica, cieca e insopportabile) e sulle varie vicende che si intrecciano, ma il risultato è poco appassionante e coinvolgente, nonostante il tema trattato. E non bastano certo i continui piani sequenza e le «fluttuazioni» della camera ad elevare la qualità. La Comencini vorrebbe fare una «meglio gioventù al femminile», ma il risultato è ben diverso dal film di Giordana. *½
A BETTER TOMORROW. (Yinghung bunsik); Hong Kong 1986. John Woo. Con Lee Tse Ho, Ti Lung, Chow Yun-fat, Leslie Cheung. Poliziesco. 98′. Storia di due fratelli e del loro difficile rapporto. Il primo è un poliziotto che mette tutto se stesso nel suo lavoro, il secondo è un fuorilegge che ha involontariamente ostacolato la carriera del fratello e forse ha avuto qualche parte nella morte del loro padre. Quando il fratello «cattivo» torna, dopo un periodo di detenzione e con il proposito di cambiar vita, si accorge quanto sia difficile reinserirsi nella società. L’amicizia, l’eroismo e lo spirito di sacrificio come valori non solo della cultura orientale, ma in senso assoluto. La capacità di credere in un ideale, in un sogno. Al punto da sacrificare tutto quello che si ha, nella continua lotta contro il male. Sono i motivi ispiratori di tutta (rectius, di quasi tutta, vista la fase «americana») la filmografia di John Woo, già ben chiari in questo film, ancora un po’ acerbo nello stile e nella sceneggiatura e allo stesso tempo già di grande qualità, quanto a scene d’azione e ritmo (molti dei successivi film americani del genere vi si sono ispirati: rivedete "Die Hard" se non ci credete). A volte Woo cede un po’ troppo al patetismo o al machismo goliardico (soprattutto grazie a quel geniale burlone che risponde al nome di Chow Yun-fat) e forse è proprio qui il limite di "A Better Tomorrow". Netta la critica alla società di Honk Hong, in cui predominano la sete per il denaro e per il potere. **
A BETTER TOMORROW II. (Yinghung bunsik II); Hong Kong 1987. John Woo. Con Ti Lung, Chow Yun-fat, Leslie Cheung. Poliziesco. 98′. Ken (Chow) un tempo è stato un esponente di punta della malavita organizzata hongkonghese. Ora, abbandonata ogni attività illegale, decide di rigare dritto. E non solo. Avendo come fratello un onesto poliziotto, Ken (Cheung), si serve dell’esperienza acquisita e delle sue conoscenze per dargli una mano nella sua indagine contro una potentissima organizzazione criminale. Per i due non è facile, ma alla fine ce la faranno. Continua la saga, a metà strada tra l’hard-boiled e il mélo, iniziata l’anno prima dal regista John Woo e dal produttore Tsui Hark. Le tematiche dell’onore, del sacrificio e della lotta dei "buoni" contro i "cattivi" si ritrovano anche in questo seguito. Qui sono accentuati alcuni aspetti drammatici, per lo più legati alla violenza (che esplode con ferocia ad Honk Hong come in America, dove si infrangono i sogni di salvezza degli stessi emigrati di H.H.) ed ai suoi effetti sulle persone. Il tema della violenza, è doppiamente predominante: sia come danno, che come cura, inoltre, nello stile, è resa spettacolare e al contempo crudele e tragica. Ottime le scene d’azione: su tutte la «carneficina» finale con cui Woo rende omaggio a Peckinpah. Mancano ancora simbolismo e poesia dei film successivi e Woo si lascia un po’ andare alla retorica (ma è anche l’approccio orientale che non sempre è facile da digerire o da capire). **½
BIANCA. Italia 1984. Nanni Moretti. Con Roberto Vezzosi, Claudio Bigagli, Remo Remoti, Laura Morante, Nanni Moretti. Drammatico. 96′. Michele insegna in una bizzarra scuola privata. Passa il tempo libero nella maniacale osservazione e schedatura della vita privata e sentimentale di amici e vicini. Una sua vicina viene trovata uccisa e la polizia comincia le indagini. Intanto Michele conosce una nuova collega, Bianca, con cui intreccia una relazione. Una coppia di amici chiude la propria crisi in modo anomalo, ma i due vengono trovati morti a loro volta. L’amore secondo Moretti. L’amore e le sue incomunicabilità, l’eterno e inappagante rifugio della solitudine, bunker inespugnabile, che protegge e indebolisce, tenendoci al riparo dagli altri infernali. Usando un’appena accennata trama gialla, Moretti disegna un ritratto amaro e spiazzante delle relazioni interpersonali, soffermandosi sia sull’impossibilità dell’amore e degli affetti sinceri e duraturi, sia sulla disperazione della solitaria e pavida rinuncia in nome di un’impossibile unione ideale. E lo fa a modo suo: presentando una misantropia fiera e nobile, ma senza via di uscita; girando con perizia e buone idee e frammentando la storia in fotogrammi di disagio e insofferenza, che si combinano insieme, in un continuum di solitudine e sconfitta. I riferimenti ai dolci e alle scarpe sono allegorie del modo di vivere: dalla capacità di gustare lo zucchero della vita al concetto di scegliere, come affermazione, più o meno spontanea, della propria identità. Bianca è un film denso e assorbente, da visione multipla, ricco di sfumature e suggerimenti: un film che non rinuncia ad immagini stralunate e surreali, che dipingono l’esistente con insospettabile realismo. Memorabili alcune scene, come quella del barattolo enorme di Nutella o quella dedicata alla Sacher Torte ("continuiamo così! Facciamoci del male"). Semplicemente incantevole la Morante. ****
THE BIG KAHUNA. (The Big Kahuna); USA 1999. John Swanbeck. Con Paul Dawson, Peter Facinelli, Danny De Vito, Kevin Spacey. Commedia. 90′. In una suite d’albergo tre agenti vendite di una ditta di lubrificanti aspettano il "pesce grosso", il grande compratore. L’unico a parlarci sarà il più giovane ed ingenuo, che se lo farà sfuggire parlandogli di dio e della vita. Ad aspettare "Godot" (the Big Kahuna: la grande onda dei surfisti, il pesce grosso da spennare, simbolicamente l’occasione di riscatto) sono in tre, in questa commedia nera, verbosa e riflessiva, tutta dialoghi e facce, che ha il limite in una regia che osa poco e in un approccio a tratti volto all’indottrinamento. Le tre personalità, ben sviluppate e ben interpretate (straordinari i due divi, sulle cui spalle si appoggia Facinelli), sono quelle di un uomo di mezza età, a metà tra il cinismo di chi ha masticato amaro e la grinta di chi non vuole mollare (Spacey); di un uomo più anziano, disilluso, ma sereno nell’accettare il suo rammarico (De Vito); e di un giovane battista, ottuso e perbenista, ma onesto (Facinelli). La dialettica a tre non avrà un vincitore, sia perché filosoficamente impossibile, sia perché nella vita la corsa di ognuno è sempre con se stesso. Da vedere da soli, sdraiati sul divano, dopo una brutta giornata. **½2
THE BIG WHITE. (The Big White); USA 2005. Mark Mylod. Con Giovanni Ribisi, Alison Lohman, Woody Harrelson, Holly Hunter, Robin Williams. Commedia. 100′. Paul Barnel (Williams, personaggio un po’ diverso dal solito, né psicopatico [l'ultima moda], né buonista [la tradizione], comunque credibile), agente di viaggi con molti problemi finanziari, chiede alla compagnia assicurativa del paese in cui vive (nel cuore dell’Alaska) di versargli un risarcimento per la perdita del fratello, scomparso ormai da alcuni anni. Poiché le leggi dell’Alaska richiedono un’assenza di almeno sette anni per far scattare il pagamento, quando Paul trova un cadavere in un cassonetto penserà di accelerare la pratica. Ma uno zelante agente d’assicurazione (Ribisi, pallido e sbiancato si cala bene nel personaggio) è diffidente… Commedia nera e glaciale con un buon cast (Williams e Ribisi si fronteggiano bene) abbastanza in forma, sebbene in via di gigionerie (soprattutto la Hunter, peraltro troppo smagrita, e Harrelson, come sempre eccessivo). Niente di nuovo sulle fredde nevi Alaskiane ed è impossibile non pensare a "Fargo" di fronte ad una nuova variante sull’idiozia del crimine. Buona la colonna sonora. **
THE BLACK DHALIA. (The Black Dalia); USA 2006. Brian De Palma. Con Aaron Eckhart, Hilary Swank, Scarlett Johansson, Josh Hartnett. Noir. 120′. 1947. I due detective-pugili-amici Bucky Bleichert (Hartnett, ah che peccato. De Palma aveva diretto tanti e tali attori che a vedere questo bamboccio si rimpiange persino il Wasson di "Omicidio a luci rosse") e Lee Blanchard (Eckahart, parte bene, come maramaldo, poi diventa eccessivo e caricaturale) sono gli uomini del momento nella Los Angeles del dopoguerra. Un nuovo caso, l’omicidio di un’attricetta soprannominata la "Dalia nera" metterà in crisi la loro amicizia e le loro carriere. De Palma cerca di tenere in vita un genere a lui caro, recuperando atmosfere, topoi e meccanismi noir. Lo stile è ancora vivo e vivace e la mano buona si vede. Nella rissa in strada (con carrello, che meraviglia!); nell’incontro di pugilato mozzafiato; nel piano sequenza (verticale e orizzontale, alla Welles) che ritrae la sparatoria con i neri e in quello (con effetto alienante) della famiglia alto-borghese; nella scena nell’androne delle scale (la migliore in assoluto). Questi i pregi. Ora i difetti. Il cast è sotto tono e sbagliato nei personaggi maschili (soprattutto Hartnett: inadeguato); la sceneggiatura è forzata, in particolare nel finale; la soluzione dell’enigma non riesce, nel complesso, a sorprendere (in fondo che c’è di nuovo?). Le labbra della Johanson sono cresciute a dismisura, ma non la sua performance. Adriano Giannini doppia Hartnett: papà è molto lontano. **

BLOW. (Blow); USA 2001. Ted Demme. Con Penelope Cruz, Franka Potente, Rachel Griffiths, Jordi Mollà, Paul Reubens, Ray Lotta, Johnny Depp. Drammatico. 124′. La storia di George Jung. George è un allegro consumatore e piccolo spacciatore di marijuana che trascorre il suo tempo sulle spiagge della California degli anni Settanta. Poi comincia a lanciarsi nel commercio dell’erba. Da qui la sua escalation arriverà sino ad importare direttamente la cocaina dalla Colombia, ma l’attività ha i suoi rischi. Biopic «partecipato» che aleggia tra l’agiografia e il gangster-movie romanzato, con cui si vuol fare analisi sociale. Il film di Demme non convince, sia per un’inappropriata ed eccessiva lentezza, sia perché è troppo indulgente con il suo protagonista. Benché quest’ultimo sia uno spacciatore, egli è sovente descritto come un romantico sognatore schiacciato dalla società. La semplificazione di alcune in debolezze, però, fa torto proprio a Jung, del cui ritratto rimane assai poco. **
BLOW OUT. (Blow Out); USA 1981. Brian De Palma. Con Dennis Franz, John Lithgow, Nancy Allen, John Travolta. Thriller. 107′. Jack (Travolta, un po’ dozzinale e a volte troppo enfatico, ma lo sguardo e il sorriso sono adatti alla parte) è un tecnico del suono di film di serie B. Casualmente registra il suono di uno sparo, in un incidente, che vede coinvolto il candidato alla casa Bianca ed un’ingenua adescatrice che era in sua compagnia (Allen, naif e svampita: brava!). Grazie all’abilità tecnica e alla perseveranza cercherà di far emergere la verità. E’ con un piano sequenza in soggettiva, morboso ed auto-ironico (film nel film), che si apre "Blow out". De Palma cita apertamente Antonioni, ma gira e scrive (la sceneggiatura) alla sua maniera, rimanendo nel genere thriller a lui caro, spostando il concetto dell’immagine a quello del suono (successivamente applicato all’immagine) e giocando con il rapporto tra la realtà e la sua riproduzione virtuale. Quest’ultima rivelerà la verità, che sarà cinica, amara e stupefacente. ***
BLOW-UP. (Blow Up); Gran Bretagna/Italia 1966. Michelangelo Antonioni. Con Jane Birkin, Sarah Miles, Vanessa Redgrave, David Hemmings. Drammatico. 110′. Thomas, fotografo londinese che lavora nel campo della moda, ma ama fotografare scene reali, individua, in una coppia che si abbraccia in un parco, il soggetto ideale per concludere il suo libro. Poiché la donna immortalata chiede indietro il rullino, Thomas si insospettisce, finendo per scoprire (grazie all’ingrandimento) un omicidio. L’immagine espansa (Blow-up: ingrandimento) consente una dettagliata disamina della società, fino a scoprirne l’orrore nascosto. L’immagine stessa è vittima e carnefice dell’uomo comune e dell’Antonioni/Hemmings, fotografo prigioniero dell’immagine e dei suoi effetti. L’immagine è quindi sia scoperta della realtà sia distruzione e distorsione della stessa. E’ il viaggio onirico di una partita a tennis senza pallina che fugge l’ordine del reale; è il lavoro del fotografo, freddo e mercificato dalle esigenze dell’apparire (le due modelle); è la cristallizzazione del divenire che permette di andare oltre a ciò che può vedere l’occhio umano (l’omicidio, ma anche l’immagine del barbone in una foto di Hemmings che fa dire al suo editore: "sei libero come lui?"). E’, infine, il confine sottile tra la libertà anarchica dell’arte e la razionale costrizione della tecnica asservita al commercio. I simbolismi sono tanti (troppi?) ed il ritmo è lento, ma dietro fotografia rarefatta, allungamento dell’immagine, scelte cromatiche e virtuosismi dell’inquadratura c’è anche sostanza. ***½
BOBBY. (Bobby); USA 2006. Emilio Estevez. Con William H. Macy, Ashton Kutcher, Helen Hunt, Demi Moore, Anthony Hopkins, Heather Graham, Sharon Stone, Lindsay Lohane, Laurence Fishburne, Harry Belafonte. Drammatico. 120′. Il 6 giugno del 1968 il senatore del partito Democratico americano, Robert Kennedy, viene ucciso in un Hotel di Los Angeles. Nello stesso albergo si trovano ammiratori, sostenitori o simpatizzanti per il futuro candidato alla presidenza, le cui vicende ed emozioni si intrecciano e si sviluppano sino al tragico evento. Dove non poté l’estetica, bastò la l’etica. Dove si fermò la narrazione, lì arrivo la storia. Seguendo le orme di Stone ed Altman, ma avvicinandosi più a P. T. Andersson, Estevez realizza un dignitosissimo film corale e politico, armonico ed anche appassionante; sincero e sentito, nonché permeato da una «retorica giusta». Seppur non si può far a meno di evidenziarne alcuni limiti (la troppa linearità, la diligenza nel dimostrare una tesi, l’uso di molto repertorio al fine di emozionare), vanno altresì segnalate una regia rigorosa e piacevole, la grande passione dei numerosi attori (Sheen, Hopkins e Macy sono in forma, ma è splendido il siparietto sull’età e la bellezza tra la Stone e la Moore che esemplifica il decadimento di un’America sempre meno splendente e sempre più in declino) e l’originale idea di non fare un film sul politico, ma sulle persone, normali e imperfette, e sul loro modo di vedere quel politico: sull’impatto che egli aveva sugli americani di ogni estrazione, colore o credo, e su come la sua uccisione abbia ucciso anche un’idea. O, forse, un sogno. **½
BON VOYAGE. (Bon voyage) Francia 2003. Jean-Paul Rappeneau. Con Peter Coyote, Yvan Attal, Grégori Dérangère, Virginie Ledoyen, Gérard Depardieu, Isabelle Adjani. Drammatico. 110′. Nel giugno del 1940 la gente fugge da Parigi, ormai occupata dai tedeschi. A Bordeaux si ritrovano spie, attrici e giornalisti. Lo scrittore Frédéric in fuga perché accusato di un omicidio che non ha commesso (ma non ha rivelato la verità per non denunciare la bella Viviane, attrice di successo e amante dei potenti) conosce Camille, assistente di uno scienziato. Aiuterà la ragazza a far scappare dalla Francia il professore prima che i tedeschi mettano le mani sulle sue importanti scoperte. Filmetto francese che oscilla fra dramma (i nazisti invadono la Francia) e leggerezza. Il problema è che non riesce in nessuno dei due, risultando scontato, banale e anche noioso. Buono per la TV (non per il canale «autore» di Sky). *½
THE BOURNE ULTIMATUM – IL RITORNO DELLO SCIACALLO. (The Bourne Ultimatum); USA 2007. Paul Greengrass. Con Paddy Considine, Edgar Ramirez, Julia Stiles, David Strathairn, Joan Allen, Matt Damon. Thriller. 112′. Dopo aver lottato duramente per ricostruire la propria identità, e dopo che la sua amante Marie è stata uccisa da un sicario, Bourne ora vuole le ultime risposte su come egli è diventato quello che è. Mentre cerca il vertice della piramide, è al contempo il bersaglio di un implacabile agente governativo che lo insegue per ogni angolo del globo. Bourne. Jason Bourne. L’anti 007 – solo e solitario, non si concede un sorriso che sia uno e si ribella ai suoi superiori – ottiene finalmente le risposte che cercava, in questo terzo (e forse definitivo) capitolo della saga che si rifà ad un romanzo di Robert Ludlum. L’ultimo episodio di questa caccia all’uomo – che sovente vede invertiti i ruoli di preda e inseguitore – è, come i precedenti, serrato, spettacolare e incalzante. Greengrass sa come girare e si vede, perché ci sbatacchia da un capo all’altro del mondo e ci stordisce, con un paio di scene d’azione che mozzano il fiato. Tuttavia, la struttura tende a ripetersi e l’eroe assomiglia sempre di più a Superman che ad una spia. Condivisibili le critiche al potere – raffigurato dall’emblematico Stratharin – ma, ormai, un po’ banali. **
BRAZIL. (Brazil); Gran Bretagna 1985. Terry Gilliam. Con Michael Palin, Bob Hoskins, Robert De Niro, Kim Greist, Jonathan Pryce. Grottesco. 142′. Sam Lawry (Pryce, bravo nel suo ruolo antieroico di timoroso cittadino modello, ingenuo e miope, ma pronto a abbracciare la giusta causa) è un efficiente impiegato presso l’archivio comunale di una imprecisata città, capitale di un non identificato Paese, nel quale regna la Burocrazia e ogni cittadino è schedato e monitorato. Sam vorrebbe fuggire dalla routine e sogna di poter volare. Nel frattempo, gruppi eversivi cercano di mutare le cose. E’ attraverso la macchina burocratica che si gestisce il potere. Solo mediante un controllo capillare e infinitesimale della società, degli individui e delle loro azioni si può mantenere l’autorità, nascondendo ed omettendo, guidando e spaventando. Le amministrazioni, teoricamente sottoposte al diritto e al contempo libere, decidono ed agiscono, più meno incisivamente, a volte agevolando o proteggendo, altre appropriandosi delle vite dei cittadini. E’ quel che fanno tutti i governi e, in qualche modo, quello che hanno sempre fatto e sempre faranno. Sovente, uccidendo la libertà e la fantasia. Ispirandosi liberamente a "1984" di Orwell, ma ambientando il film in un imprecisato luogo temporale del futuro, Gilliam realizza il suo capolavoro: una favola nera e visionaria che commuove, disturba e fa riflettere, in un coacervo di sogni, incubi e possibili realtà. Un inno alla libertà e alla fantasia, alla vita mite del povero Sam Lawry (straordinario anti-eroe), e al suo desiderio d’amore e di fuga, ma anche un grido disperato che nasce dalla la paura di non poter più modificare ciò che non può essere tollerato. Brazil è spiazzante e folgorante, disilluso e, al tempo stesso, pieno di speranza: perché quest’ultima "non è la convinzione che le cose andranno bene, ma la convinzione che quel che stiamo facendo ha un senso, indipendentemente dal risultato"(V. Havel). Camei per Ian Holm, Bob Hoskins e Robert De Niro, sovversivo e istrionicamente baffuto. ****
BREAKFAST ON PLUTO. (Breakfast on Pluto); Irlanda/Gran Bretagna 2005. Neil Jordan. Con Seamus Reilly, Eva Birthistle, Bryan Ferry, Stephen Rea, Liam Neeson Cillian Murphy. Commedia. 104′. Patrick Braden (Murphy, bravo e non perché recita truccato e vestito da donna, ma perché usa il corpo come strumento per raccontare uno stato d’animo), abbandonato dalla madre in tenera età, cresce in una famiglia adottiva. Ben presto scopre di essere attratto dai trucchi e dai vestiti femminili. Con il passare degli anni è sempre più in disaccordo con le autorità e gli abitanti della cittadina confinante con l’Irlanda del Nord. Così, decide di trasferirsi nella più permissiva Londra alla ricerca della sua vera madre. E alla fine il mondo si salvò dal male e dal brutto grazie ad ironia e leggerezza. E’ questo il messaggio di Jordan, veicolato dalla fantasia eccentrica e pindarica dell’estrosa "Gattina"/Patrick, troppo esuberante per essere comune, troppo speciale per essere triste, troppo geniale per essere capita. Una favola bislacca e confusionaria, una storia leggera e nera, anche se un po’ naif. Un film spiazzante e al contempo lineare. Forse troppo, nell’indicare i bigotti cattivi e i fantasiosi buoni. Nel complesso una buona opera, gradevole e, a tratti, commovente. ***
BROADWAY DANNY ROSE. (Broadway Danny Rose); USA 1984 b/n. Woody Allen. Con Nick Apollo Forte, Mia Farrow, Woody Allen. Commedia. 81′. L’agente dello spettacolo Danny Rose (Allen, in uno dei suoi migliori personaggi. Grazie alla sua interpretazione, Rose è adorabile: mite e solo, caparbio e forte, altruista e virtuoso), noto per la sua abnegazione e per i suoi fallimenti, riesce, grazie ad un cantante italo-americano (Apollo Forte, bravo nel cantare e perfetto nella sua fisicità, in contrapposizione all’esile esistenza di Allen/Rose) sulla cresta dell’onda, a risalire la china. Il giorno del grande concerto, si trova a dover fare l’accompagnatore (il "piolo") della di lui amante (Farrow, in un ruolo non suo, la femme fatale di origini italiane, con risultati davvero buoni) e sarà l’inizio di lunghe peripezie. Una straordinaria commedia brillante sullo spettacolo, sulle sue logiche e sul conflitto tra vincenti individualisti e perdenti di cuore, in una parola: sulla vita. Con una comicità arguta e da cabaret, cui sottende riflessioni sul successo, Allen si concentra sugli «ultimi», sulla loro fragilità ed instancabile umanità che li fa correre, comprendere ed accettare gli altri, facendo per loro invece che per se stessi. Nella vita come a Broadway, tanti Danny Rose si accontentano di vivere, nobilitando la loro esistenza con scelte altruiste, e finendo per essere ricordati come zimbelli o sul menù di una rosticceria. Spassosa la caricatura del mondo mafioso (la scena dell’elio è da antologia) e scoppiettante colonna sonora italo-americana. Splendido, come sempre, il «caldo» bianco e nero di Gordon Willis. ***½
BROKEN FLOWERS. (Broken Flowers); USA 2005. Jim Jarmusch. Con Jeffrey Wright, Sharon Stone, Chloe Sevigny, Jessica Lange, Julie Delpy, Bill Murray. Commedia. 105′. Don Giovanni sfiorito e appassito parte alla ricerca di un ipotetico figlio avuto vent’anni prima da una delle sue tante amanti. Il viaggio nel passato sarà una desolante carrellata di personaggi inquietanti e tristi, vuoti e infelici, che si concluderà con la beffa di un incontro illusorio e non risolutorio. Jarmush si sofferma su un pezzo d’America, sulla sua superficialità, sull’invenzione di mestieri ridicoli e insensati, sui particolari delle tante vite inutili che vi si incontrano. Come quella di Don (Murray, ormai fossilizzato sul ruolo di uomo in crisi di mezza età, che comunque gli riesce bene) che ha conquistato tanto, per rimanere senza niente. E come quelle delle sue donne, che si sgretolano come fiori secchi ("rotti") **½
BRUCIO NEL VENTO. Italia/Svizzera 2002. Silvio Soldini. Con Caroline Baehr, Ctirad Götz, Barbara Lukesová, Ivan Franek. Drammatico. 118′. Tobias, che cambierà il suo nome in Malibor (Fenek, sguardo e profilo tagliente come un sofferente falco slavo), scappa dal suo villaggio ancora bambino, dopo aver accoltellato il padre. Si ricostruirà una placida e apatica vita in Svizzera. Ma quando incontrerà la sorellastra, attesa da sempre, capirà di amarla e cercherà di conquistarla. Un diario di vita, fatto di emozioni, pene e attese di un uomo, emigrato da se stesso, per arrivare nella dolente disumanità di una esistenza normale. Il freddo e bruciante resoconto di un divenire continuo, tormentato, irrequieto e inquieto, che come un vento in fiamme è pronto a lasciarsi trasportare dall’impeto della vita. L’amore e le convenzioni, le rinunce e le possibilità, il coraggio e la paura. Un film piccolo, che nasce dal di dentro, da un intimo lacerato e sincero. Gelido e ardente, ma sofferto. ***
BUBBLE. (Bubble); USA 2005. Steven Soderbergh. Con Misty Dawn Wilkins, Dustin Ashley, Debbie Doebereiner. Drammatico. 73′. In una piccola città della provincia americana viene uccisa una giovane donna. Sono sospettati il suo ex compagno, e due suoi nuovi colleghi di lavoro. L’ineluttabile e desolante spersonalizzazione dell’America para-urbana produce orrori. La mentalità iperlavoristica che aliena gli operai, svuotandoli come bambole e privandoli dei sogni e della coscienza, produce orrori ancor più grandi: dà vita a creature apatiche, acritiche e prive di identità. In grado di uccidere e di non rendersene conto. Soderbergh racconta tutto con freddezza e distacco: non è Van Sant e non lo sarà mai, e non tutto sembra sincero, ma questa volta fa centro. **½
IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO. Italia 1967. Sergio Leone. Con Rada Rassimov, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Clint Eastwood. Western. 179′. Tre «outlaws»: Joe "il buono" (Eastwood, che bello con quella faccia di cuoio!), Tuco "il brutto" (Wallach, eccessivo e picaresco, ma ci sta) e Sentenza "il cattivo" (Van Cleef, grande: cinico e insensibile oltre al soprannome anche il «nome» è perfetto), che vivono di imbrogli, truffe o omicidi su commissione sono sulle tracce di un tesoro, nascosto sotto una tomba. Terzo spaghetti-western a firma Leone. Uno dei più intensi ed avvincenti, per i toni epici, la caratterizzazione dei personaggi ed un’ironia sardonica che non stona col resto. Sullo sfondo una guerra civile, cui sono estranei i tre pistoleros, i quali, in una terra arida e cinica, hanno il loro personalissimo codice morale. Sceneggiato da Age e Scarpelli, il film ha il difetto di durare troppo, ma il «duello a tre» (chiamato, appunto, "triello") nel finale, merita l’attesa. Tra gli interpreti anche Mario Brega, popolare attore romano nel cast di numerosi film di Verdone. ***
THE BUTTERFLY EFFECT. (The Butterfly Effect); USA 2004. J. Mackye Gruber – Eric Bress. Con Elden Henson, Melora Walters, Kevin Schmidt, Amy Smart, Ashton Kutcher. Thriller. 113′. Evan Treborn ha problemi di vuoti di memoria. La sua infanzia è segnata da una serie di eventi terrificanti che hanno coinvolto i suoi amici Kayleigh, Lenny e Tommy, ma che egli non può ricordare. Incoraggiato dallo psicologo e dalla madre ha però tenuto fin da piccolo un diario in cui registra dettagliatamente la sua vita. Dopo molti anni, lo legge casualmente e all’improvviso si trova scaraventato nel passato: è bambino, ma con la mente da adulto. Per questo pensa di poter intervenire sugli eventi per cambiare il presente. "Una farfalla sbatte le ali in Brasile e si scatena un uragano in Texas". E’ questo il così detto effetto farfalla, una teoria fisico-filosofica su cui si è scritto molto (si vedano SAA. VV., Chaos and Fractals: new frontiers of science, 1992 e E.N. Lorenz, The Essence of Chaos, 1993) e che indaga le problematiche della teoria del caos. Roba forte, insomma. Ce n’era per fare un piccolo gioiellino. E invece il caos è soprattutto nella mente dei registi: Gruber e Bress perdono sovente il controllo del film; le teorie sono banalizzate e introiettate nella psiche di una persona (sinceramente è troppo: i poteri da supereroe del protagonista, un normale individuo, sono dati per scontati, come se fossero una rara forma di schizofrenia); e la lettura filosofica è assai semplicistica. Inoltre Gruber e Bress (ma uno non bastava?) si lasciano andare ad un sadismo (nei confronti dello spettatore) esageratamente disturbante e sgradevole. Gli attori, infine, sono mediocri. Peccato. Davvero. *

C

13 Luglio 2006 Commenti chiusi
CACCIA AL LADRO. (To Catch a Thief); USA 1955. Alfred Hitchcock. Con Jessie Royce Landis, Vanel, Grace Kelly, Cary Grant. Giallo. 97′. Un noto ex ladro di gioielli soprannominato "il gatto" (Grant, troppo perfetto e disinvolto per essere simpatico. E credibile) viene ingiustamente accusato di essere tornato in attività. Braccato dalla polizia e minacciato dagli ex compagni di furti riuscirà a trovare il vero ladro e a conquistare il cuore di una ricca turista americana. Hitchcock fonde il giallo e la commedia rosa, ma non "morde" e il risultato è un po’ annacquato, salvo un bel finale sui tetti. La regia è sempre all’altezza e i due divi (Grant e Kelly) ben accoppiati. Nel complesso sotto la media del «maestro». **
IL CAIMANO. Italia 2006. Nanni Moretti. Con Michele Placido, Elio De Capitani, Margherita Buy, Silvio Orlando, Jasmine Trinca. Drammatico. 110′. Un produttore in crisi famigliare e professionale (Orlando, bravissimo perché fa ridere, emozionare e immedesimare) accetta di girare un film su Berlusconi scritto da una regista esordiente (Trinca, poco convincente nel suo ruolo, anche perché sembra troppo giovane), ma non sarà semplice. Moretti sceglie di mescolare la denuncia socio-politica (ma si sofferma molto sull’aspetto sociale e più drammatico del Berlusconismo: "ha già vinto, ha vinto trenta anni fa, perché l’Italia è cambiata negli ultimi trenta anni") ed una storia più intimista, incentrata sui personaggi interpretati da Orlando e dalla Trinca. E così i drammi di un uomo di mezza età, che cerca di essere un buon padre e di sopravvivere alle difficoltà della vita, si confondono e si mescolano con un clima surreale, tipicamente filmico e fatto di macchiette (Placido, ma anche il regista che abbandona Bruno per fare l’ennesimo film in costume), proprio di un’Italia dove fare un film su Berlusconi fa nascere paure e imbarazzi. Moretti usa uno stile leggero e ritmato, e racconta una storia che parla di persone, di cinema e di Italia. Il regista romano mescola i tre elementi con equilibrio ed armonia, ma a volte in modo disordinato (non sempre l’anitberlusconismo si incastra con le vicende dei protagonisti). Comunque si ride, ci si emoziona e si riflette sul «mostro» S.B. ***
CALIFORNIA POKER. (California Split); USA 1974. Robert Altman. Con Bert Remsen, Joseph Walsh, Gwen Welles, Ann Prentiss, George Segal, Elliott Gould. Commedia. 110′. Dopo aver condiviso una sbornia, Charlie (Gould, straripante e sempre in movimento, regge da solo la scena), uno "sbandato" con il vizio del gioco d’azzardo, e Bill (Seagall, meno bravo del collega, ma convincente nei momenti drammatici), scrittore per una rivista, diventano amici e partner in scommesse. Bill, pur facendo un lavoro da ufficio si lascia prendere dalla tentazione del gioco, ma il vizio si rivelerà frustrante e poco appagante (non necessariamente in senso economico). Altman graffia la società americana, criticandone amaramente il sogno e la febbre da arricchimento, esemplificata perfettamente nel gioco d’azzardo. Ben diretti e in forma gli attori. Attenta la regia, ma sono troppe le pause nella narrazione. **½
THE CALL – NON RISPONDERE. (Chakushin ari); Giappone 2003. Takashi Miike. Con Goro Kishitani, Renji Ishibashi, Anna Nagata, Atsushi Ida, Kazue Fukiishi, Shin’Ichi Tsutsumi, Kou Shibasaki. Horror. 112′. Alcuni studenti muoiono dopo aver ricevuto una chiamata da loro stessi e dal futuro, nel momento esatto della morte. Il fratello di una vittima, aiutato da Yumi, una ragazza che ha altresì ricevuto la chiamata, cercherà di risolvere il mistero. "Nippo-horror" pasticciato e scopiazzato (da "Ring" e "Dark Water"), in cui il paranormale è troppo distaccato dal reale per incuriosire e i pochi brividi alla schiena non sono sufficienti per inorridire. Poco approfondita l’idea (buona) di stigmatizzare la dipendenza da cellulari. La camera di Miike si muove fluida e sapiente, ma la tensione rimane solo eventuale: spreco. *½
IL CANDIDATO. (The Candidate); USA 1972. Michael Ritchie. Con Melvyn Douglas, Don Porter, Peter Boyle, Robert Redford. Drammatico. 110′. William Mac Kay (Redford, molto convincente nel ruolo dell’idealista che si lascia sovrastare dalle logiche del potere) è un avvocato ambientalista e paladino dei diritti civili. Viene contattato da un uomo-immagine (Boyle, barba e sguardo di chi la sa lunga) del partito democratico affinché si candidi a senatore. Lui accetta e comincia una campagna elettorale pirotecnica e spettacolare. Il candidato MacKay, stralunato e stanco dopo un brillante confronto televisivo contro il suo avversario, chiede al padre: "ma i cittadini avranno capito le mie idee?" – "Cosa importa?!" risponde il cinico genitore "hai vinto!". Intelligente (sebbene cinematograficamente poco brillante) pellicola dell’America "di sinistra" degli anni Settanta che non si limita ad una facile critica dei conservatori, ma estende l’analisi a tutto il sistema politico americano ed alla macchina elettorale, fatta di false promesse, culto dell’immagine e bieche strategie pubblicitarie, che anziché proporre un candidato ad un popolo sovrano (dicesi democrazia) lo impone attraverso l’inganno e la mistificazione. Oscar alla sceneggiatura. ***
TRUMAN CAPOTE – A SANGUE FREDDO. (Capote); Canada/USA 2005. Bennett Miller. Con Bruce Greenwood, Chris Cooper, Clifton Collins jr., Catherine Keener, Philip Seymour Hoffman. Drammatico. 98′. Lo scrittore Truman Capote (Hoffman, merita l’oscar con una recitazione appropriatamente sopra le righe) si reca, insieme alla sua amica Harper Lee (Keener: Hoffman le ruba la scena, ma lei, invecchiata e imbruttita è davvero intensa) in una piccola città del Kansas per scrivere il primo "romanzo-documento", riprendendo una storia di morte e violenza, realmente accaduta in quei luoghi. Miller, dirigendo con mano fredda e distaccata, vuole, a suo modo, seguire un percorso simile a quello dello scrittore americano, mettendo in scena una "biografia-documento". L’analisi della figura di Capote, in tutte le sue enormi contraddizioni, è infatti un’analisi analoga a quella che lo stesso scrittore americano definì la "convergenza tra la società borghese ed il ventre molle e criminale dell’america". Una disamina sull’attrazione che la società "bene" ha per tutto ciò che è malvagio, violento e sofferente e sul suo altrettanto malvagio atteggiamento che sfrutta e trae vantaggio proprio da quel mondo che dovrebbe essere altro, ma che è invece parte di sé. ***
CARLITO’S WAY. (Carlito’s way); USA 1993. Brian De Palma. Con John Leguizamo, Luiz Guzman, Penelope Ann Miller, Sean Penn, Al Pacino. Noir. 141′. L’ex narcotrafficante Carlos "Carlito" Brigante (Pacino, con barba incolta e sguardo da duro romantico, interpreta uno dei suoi personaggi più belli: fiero e leale, concreto e sognatore) esce anticipatamente di prigione grazie ad un cavillo legale. Sinceramente redento e pentito della sua vita passata cerca di coronare il suo sogno. Lasciarsi indietro il barrio (il nome spagnolo per chiamare il quartiere ispanico di New York a east-harlem) per vendere macchine su un’isola ai tropici. Nel percorso verso il suo sogno cercherà di coinvolgere la sua ex fiamma, Gail (Ann-Miller, dolce e forte, sensuale e rassicurante: la donna con cui progettare un futuro ai tropici), di cui è ancora innamorato, ma sarà ostacolato proprio dal suo avvocato, Dave (Penn, ruba la scena a Pacino, con un’interpretazione memorabile, per quanto istrionica ed eccessiva), che lo aveva salvato dalla prigione. Il film si apre e si chiude con la stessa scena in un cerchio perfetto al quale non manca nulla. L’unhappy-end è l’unica conclusione possibile (viene in mente il finale di Casablanca, qui gravato da una disillusa amarezza) per una storia romantica come poche, che attraverso la parabola di un gangster pentito e a caccia di un sogno, narra della ricerca della felicità e della propria realizzazione in un mondo più puro, che si può solo sfiorare, ma non raggiungere. L’essenza più intimistica e romantica di "Carlito’s way" è, infatti, nel concetto di perdita-sconfitta e nella lotta passionale ed illusoria che un uomo ingaggia, nel tentativo impossibile di realizzare il suo sogno, mantenendosi leale e giusto nei confronti di chi lo circonda. In secondo piano De Palma ritrae una New York corrotta e cinica, in cui le persone leali, sognatrici e di cuore ("This city ain’t good for two big hearts like ours", dice Carlito a Gail) non hanno scampo, soprattutto se nostalgiche degli ideali del passato (siamo a metà degli anni ’70). Splendido il tema musicale, diretto da Patrick Doyle e intervallato a classici della «Disco» di quel periodo. Perfetta, infine, la regia di De Palma (è, sinora, il suo miglior film) che non rinuncia a nulla pur di incantare, emozionare e coinvolgere: piani sequenza lunghissimi e pieni di tensione, riprese dall’alto e dal basso, da lontano e ravvicinatissime, nonché il ralenty, quando serve. ****
CARO DIARIO. Italia 1993. Nanni Moretti. Con Moni Ovadia, Antonio Neiwiller, Renato Carpentieri, Nanni Moretti. Commedia. 95′. Nel primo episodio ("In Vespa") Nanni Moretti vaga per una Roma estiva e semideserta, va al cinema, raggiunge il Lido di Ostia fino al luogo in cui è stato ucciso Pasolini. Nel secondo ("Isole") parte da Lipari per arrivare a Filicudi in compagnia di Gerardo, tele-dipendente inconfessato. L’episodio finale ("Medici") segue invece l’odissea di Moretti a cui viene diagnosticato un tumore al sistema linfatico. E’ bello rivedere "Caro diario", dopo tanti anni, ma è anche triste. Lo è soprattutto per il primo episodio, dedicato a Roma, in cui Moretti si lamenta un po’ di come la città sia peggiorata. Ed è triste perché, rispetto agli anni Novanta, Roma è ancora peggio. Così come è peggiorata la società italiana del terzo episodio e le abitudini e le manie dei cittadini del secondo. Così è peggiorato il cinema e film, originali, personali e intelligenti come questo, che mescola l’intimo con il tutto, sono sempre più rari. ****
LA CASA. (Evil Dead); USA 1982. Sam Raimi. Con Ellen Sandweiss, Hal Del Rich, Bruce Campbell. Horror. 85′. Due ragazzi e tre ragazze sono in un cottage sperduto tra i boschi del Michigan. In cantina trovano un libro e un magnetofono, appartenuti a un archeologo esperto in cabala sumerica. Fanno partire il nastro, ma la voce dell’archeologo pronuncia la formula magica e la casa si popola di demoni risvegliati da un sonno millenario. Che cosa possono la fantasia e l’ingegno? Tutto, evidentemente. "Evil dead" non è solo il capostipite del genere "horror-domestico", in cui la casa – se possibile di campagna – si rivela luogo di morte e pericoli inaspettati, ma anche un inno alla creatività, alla capacità di inventare, di immaginare, di trovare soluzioni. Capacità di cui si serve il protagonista Bruce Cambell (divenuto attore di culto per gli appassionati) per sconfiggere i demoni che assalgono la casa, nonché il regista Raimi, che con pochi soldi ed una serie infinita di trovate visive e di regia dà vita ad un horror che ha fatto storia, in grado di spaventare, emozionare e stupire. Un film che fa venire voglia di fare, di inventare e di creare qualcosa di nuovo già mentre lo siguarda. ***
CASINO. (Casino); USA 1995. Martin Scorsese. Con James Woods, Joe Pesci, Sharon Stone, Robert De Niro. Drammatico. 180′. Las Vegas, anni Settanta: ascesa, declino e resurrezione di Sam "asso"-"l’ebreo d’oro" Rothstein (De Niro, ottimo come sempre quando c’è Scorsese a dirigerlo, in un ruolo autobiografico, da perfezionista maniacale), scommettitore di successo che finì per dirigere un grande Casinò di Las Vegas, nonostante e grazie agli appoggi poco ortodossi del suo amico Nick (Pesci, qui troppo caricaturale, o meglio troppo in continuum con "Goodfellas") e nonostante e grazie all’amore insano per la bella Ginger (Stone, femme fatale per antonomasia, oscar meritato). Scorsese gira un altro grande affresco sull’America e sulla sua città simbolo: Las Vegas (ogni americano ci va, almeno una volta nella vita, anche se è l’unico viaggio che si concede). Lo stile (la camera fluttua armoniosa in piani sequenza e zoomate memorabili, la doppia voce fuori campo, il montaggio dialogico, etc.) e alcuni protagonisti (non solo gli attori, tra i quali Martin fa un cameo nella stanza dei soldi, ma anche Pileggi, dal cui libro il film è tratto) sono gli stessi dei "bravi ragazzi", ma questo non è né un sequel né una riproposizione di "Goodfellas". Qui Scorsese alza il tiro e mira direttamente al mondo degli affari americano, inestricabilmente legato a quello della malavita. "Casino" è una riflessione sul denaro, sul suo potere e sulla sua capacità di generare dipendenza, assuefazione e perdita di contatto con la realtà. ***½
CASINO ROYALE. (Casino Royale); USA/Germania/Gran Bretagna/Repubblica Ceca 2006. Martin Campbell. Con Giancarlo Giannini, Jeffrey Wright, Judi Dench, Mads Mikkelsen, Eva Green, Daniel Craig. Spionaggio. 144′. L’inizio della carriera di James Bond, 007 al servizio di sua Maestà, che segue una pista che si sviluppa in giro per il mondo, sulle ali del denaro sporco che finanzia gruppi terroristi. Il prologo in bianco e «noir», che sfuma in titoli di testa tra il pop e il Kitsch, è già abbastanza rivelatore: James Bond ha cambiato pelle (o forse riassunto la pelle originaria, trattandosi di un prequel molto fedele alla creatura di Fleming), che non è solo quella, ruvida e segnata, del coriaceo Daniel Craig, ma è anche la pelle interiore del personaggio, che non ha (quasi) più superpoteri, ma è dotato di arguzia e forza, non è bello, ma è pieno di fascino, non è perfetto, ma sa come affrontare gli errori e fa (e con lui il regista) un uso (quasi) logico della tecnologia. In una parola, l’agente 007 è umano. Per giunta con un cuore, che palpita e si muove, arrivando a prendere il sopravvento. Il nuovo/vecchio Bond, dunque, non è affatto disprezzabile: un buon intreccio che, per quanto non innovativo, fila via liscio e, pur rimanendo in superficie, riesce ad emozionare. Splendida la caccia all’uomo nel cantiere edile delle prime scene. **½
CAST AWAY. (Cast Away); USA 2000. Robert Zemeckis. Con Lari White, Christopher Noth, Nick Searcy, Helen Hunt, Tom Hanks. Drammatico. 143′. Chuck Noland (Hanks, che dire? Regge il film da solo: parlando con un pallone, dimagrendo, anche se in realtà ha preso chili da una preesistente condizione di magrezza, e dando vita ad un personaggio reale e credibile), ingegnere che lavora per la FedEx è l’unico superstite di un incedente aereo. Si ritrova solo su un atollo in mezzo all’oceano. Qui, grazie agli oggetti caduti dall’aereo, dovrà cercare di sopravvivere. Zemeckis è un genio dell’ambiguità. Come in "Forrest Gump", anche lì in compagnia del fido Tom Hanks, realizza una storia apparentemente semplice e per tutti i palati. La rende accattivante, con notevole maestria, ma non la chiude mai veramente, senza far capire dove sta andando a parare. E così si rimane appesi ad una rivisitazione del Robinson Crusoe, nella quale il self-made-man sembra essere sempre più organizzato ed efficiente: un superuomo che tutto può. Eppure, egli sente la mancanza della compagnia degli altri e dell’amore di sua moglie, e tuttavia non sembra averne veramente realmente bisogno. E’, quindi, intrinsecamente destinato alla solitudine? O è, invece, più solo con gli altri che con se stesso? Le difficoltà incontrate sull’isola sono stimoli ad amare la libertà? Una visione sembra troppo ovvia e troppo conformista per poterla accettare; le altre, invece, appaiono forzate. Tuttavia, sull’inospitale atollo che gli fa da dimora, Noland/Hanks scopre anche che il tempo, tiranno impietoso nella civiltà, è invece un severo (e sadico) maestro di vita nella selvaggia solitudine dell’isola e che l’uomo, solo con i suoi «utilissimi» oggetti, è una barchetta in mezzo all’oceano in balia del destino, ma può sempre riuscire a cavarsela. Arrovellati sul senso della vita e del film, e sul "cosa avrei fatto io al suo posto", assistiamo ad un finale posticcio che svilisce i precedenti approfondimenti socio-filosofici e trasforma l’ambiguità del regista in una furbesca incertezza. O in una banale soluzione. **
CATWOMAN. (Catwoman); USA 2004. Pitof (Jean-Christophe Comar). Con Frances Conroy, Lambert Wilson, Sharon Stone, Benjamin Bratt, Halle Berry. Azione. 104′. Patience (Berry, sexy è sexy, in latex o in tuta, ma di recitare non se ne parla proprio) scopre che la ditta di cosmetici per cui lavora come designer sta mettendo in commercio un prodotto anti-invechiamento molto pericoloso per la salute. Al tempo stesso, però, in seguito ad un incidente comincia a sviluppare poteri soprannaturali. Girando tutto in iper-digitale Pitof (addirittura dotato di soprannome) canta il suo inno vibrante alla superficialità, mettendo in scena un rozzo videoclip che annulla qualsiasi coscienza e vende bene (?) la sua merce. Offensivi i riferimenti finto-femministi, ingannevoli le critiche al marketing, banali le riflessioni sui gatti (che non sono solo furbizia e istinto, ma anche eleganza e personalità) e sulla bestialità degli esseri umani. Inesistente la trama. Pessimi, infine, gli attori (povera Sharon…). Inadeguatamente sbagliato. *
C’ERA UNA VOLTA IN INGHILTERRA. (Once Upon a Time in the Midlands); Gran Bretagna/Germania/Olanda 2002. Shane Meadows. Con Kathy Burke, Ricky Tomlinson, Rhys Ifans, Vanessa Feltz, Robert Carlyle. Commedia. 104′. Nottingham si trova proprio nel bel mezzo dell’Inghilterra (Midland), una terra di confine, dove si incrociano i destini di Jimmy, ex galeotto sfaccendato e violento (Carlyle, è il suo classico personaggio tutte smorfie e sguardi sbiechi, ma ora basta) e Dek, imbranato, pavido e impacciato (Ifans, eccessivo, sembra la brutta copia inglese di Fantozzi) che si contendono l’amore di Shirley (Feltz, brava, ma apatica). Perché "c’era una volta" se siamo almeno negli anni Novanta? Perché citare Leone per fare una sorta di versione british e ironica (mal riuscita: se questo è lo humor inglese siamo rovinati) di un suo grande film? Domande destinate a rimanere aperte. E ce ne sono, ahimè, altre: perché i personaggi sono tagliati con l’accetta? Perché la storia è così prevedibile ed il finale così banale? Ah, come sono lontani Loach e Leigh! *
CHAPPAQUA. (Chappaqua); USA 1966 b/n. Conrad Rooks. Con Jean-Louis Barrault, William Burroughs, Allen Ginsberg. Drammatico. 82′. Russell è in clinica a Parigi per essere disintossicato. Fugge per procurarsi la droga, ma viene riacciuffato. Cinema, poesia beatnick e allucinogeni in un curioso esperimento in cui c’è tutta un’epoca. Sconclusionato viaggio (mentale?) nel mondo degli eccessi e delle droghe e ritorno. Alcune idee sulle allucinazioni sono interessanti ed hanno un discreto impatto visivo, considerando i mezzi. Tuttavia sono assemblate in modo confusionario e senza logica. Rooks vorrebbe tornare alla sua Chappaqua, luogo d’infanzia, metafora del luogo immaginario in cui ci si trova sotto effetto degli stupefacenti e quindi lontano dalla realtà. Ma temi del genere sono solo accennati e poco approfonditi. Tutto è molto confuso e, spesso, contraddittorio. Splendide le musiche. *½
CHARLIE’S ANGELS. (Charlie’s Angels); USA 2000. McG (Joseph McGinty Nichol). Con Bill Murray, Sam Rockwell, Lucy Liu, Drew Barrymore, Cameron Diaz. Azione. 110′. Le tre ragazze terribili (Liu, Diaz e Barrymore: plastilina in movimento) che lavorano per il misterioso Charlie, che agisce attraverso Bosley (Murray, ma perché? Beh, i lussi costano) devono salvare il mondo, recuperando un dispositivo in grado di decifrare e rispondere ai comandi vocali, finito nelle mani sbagliate. Una popolare serie tv degli anni Settanta viene portata sul grande schermo ed il risultato è a dir poco spaventoso. Nonostante l’ironia (ma in realtà si tratta di farsa macchiettista) e l’approccio spensierato, tutto (dal make-up, alle scenografie, passando per recitazione, regia, sceneggiatura e coreografia delle scene d’azione) sembra essere finto, artefatto, vacuo ed inutile. Non è cinema né televisione, è uno spot pubblicitario. Di cosa? Di uno stile di vita e di fare arte, che crea involucri di plastica presi come modelli, e diffonde un’idea malsana e superficiale della donna e del cinema d’entertainment. Non c’è femminismo, ma il suo opposto: basti vedere come la maggior parte delle situazioni difficili sia risolta dalle "curve" e dai sorrisi ammiccanti delle ragazze (o da qualche talento obiettivamente non umano) piuttosto che da una reale abilità o intelligenza. Grottesca la scena-videoclip in cui gli "angeli" si cimentano in arti marziali rocambolesche sotto le note di "Smack my bitch up" dei Prodigy. *
LE CHIAVI DI CASA. Italia/Francia/Germania 2004. Gianni Amelio. Con Charlotte Rampling, Andrea Rossi, Kim Rossi Stuart. Drammatico. 105′. Gianni (Stuart, ormai ha un "suo" personaggio, introverso e dallo sguardo serio, ma migliora film dopo film) parte con il figlio handicappato Paolo per la Germania, con l’intento di sottoporlo ad una cura speciale. Sarà per lui un’occasione di farsi perdonare una fuga avvenuta molti anni prima e per entrambi, di rinascere (il film è liberamente tratto da "Nati due volte" di Pontiggia). Amelio conferma la sua linea realista, descrivendo con minuzia e discrezione la quotidianità della vita, nel suo essere dolorosa, sofferta, ma anche intensa. Non sempre convince (meglio i dialoghi fra la Rampling e Stuart che alcune scene troppo documentaristiche ed eccessivamente lente), ma il tutto è realizzato con sincerità e pervaso da un sentimento di amore paterno, più forte di ogni diversità e di ogni errore di gioventù. **½
UN CHIEN ANDALOU. (Un chien andalou); Francia 1929 b/n. Luis Buñuel – Salvador Dalì. Con Pierre Batcheff, Simone Mareuil, Luis Buñuel. Grottesco. 15′. Una serie di eventi della vita di un uomo, a partire da un lontano passato (c’era una volta), sino a tempi più recenti, nel corso di otto anni. Gli incubi, le difficoltà, l’amore. Un oscuro viaggio nella mente dell’uomo, dove frammenti di terrore albergano, diacronicamente e senza costrutto, in un’alacre ricerca di un padrone, pronti a spargersi nella realtà come milioni di formiche sanguinanti. Capostipite del surrealismo di celluloide, ma non capolavoro cinematografico. Storicamente importante, perché costituisce l’avant-gard del cinema surrealista e dà il via alla carriera di un grande regista, qui aiutato nella sceneggiatura dal giovane pittore Salvator Dalì e finanziato dai risparmi di famiglia. Straordinario da un punto di vista visivo e come trasposizione figurativa dell’incubo. Notevole, infine, per i simbolismi e per l’anarchia narrativa e comunicativa. Maggiormente visibili sono i riferimenti a: gli ostacoli del conformismo cattolico/borghese nell’unione uomo-donna, l’inevitabilità della violenza, l’istinto alla disubbidienza ed il complesso d’Edipo di Freudiana memoria. Memorabile la scena dell’occhio: nella quale lo stesso Buñuel recide a metà un bulbo oculare (di un toro), usando un rasoio. ***½
CHINESE ODISSEY. (Tian xia wu shuang); Hong Kong 2002. Jeffrey Lau. Con Roy Cheung, Chen Chang, Vicki Zhao, Faye Wong, Tony Leung Chiu-Wai. Commedia. 98′. Cina, dinastia Ming: il giovane imperatore e sua sorella Wushuang riescono a fuggire da palazzo eludendo il controllo della servitù. In città conoscono un vagabondo che si fa chiamare King Bully e sua sorella Phoenix: è amore a prima vista, ma il fato ha pronta una serie di ostacoli prima che le due coppie possano coronare il loro sogno. La versione cinese delle commedie americane demenziali degli anni ’80. Nell’odissea cinese si ride solo ogni tanto e a volte ci si ripete, ma è sempre poetico e non retorico il modo in cui si affronta l’amore, in qualsiasi forma (fraterno, d’amicizia o passionale) ed il desiderio di liberarsi dalla gabbia (dorata o meno) dei pregiudizi ancestrali. Frecciatine (condivise da chi scrive) alla moda occidentale importata in oriente. **
CIAO PUSSYCAT. (What’s New, Pussycat); Gran Bretagna 1965. Clive Donner. Con Woody Allen, Peter Sellers, Romy Schneider, Ursula Andress, Capucine, Peter O’Toole. Commedia. 90′. Michael James, fotografo inglese che lavora a Parigi, desta la gelosia della fidanzata con le sue continue infedeltà. La donna lo convince a mettersi in cura dallo psicoanalista Fritz Fassbender, che però risulta peggio di lui. Segue una sarabanda di equivoci in un piccolo albergo del libero scambio. Il primo film scritto da Woody Allen (che compare in un ruolo di contorno) è una briosa commedia sulla guerra dei sessi che si combattono con le armi del fascino, della seduzione e delle convenzioni coniugali. Grazie al talento dei suoi attori Donner intreccia amabilmente le storie di vari personaggi, che ben delineano diversi prototipi caratteriali – il dongiovanni che non riesce ad impegnarsi (O’Toole), il sessuologo erotomane (Sellers), la giovane donna che ha bisogno di sposarsi per sentirsi realmente amata (Schneider), il bruttino innamorato della bella che lo tiene buono solo come "animale da compagnia" (Allen) – sino ad un rocambolesco finale con svariate citazioni cinefile (James Bond e Buster Keaton su tutti). La commedia che ne esce è bislacca e confusionaria, ma ha un impeto e una grazia che la rendono unica e gradevole; e sa cogliere nel segno indicando debolezze e fragilità dei complicati animi umani, sovente indaffarati a perdersi in quell’enorme bicchiere d’acqua che è l’amore. **½
CINDERELLA MAN. (Cinderella Man); USA 2005. Ron Howard. Con Bruce McGill, Paddy Considine, Craig Bierko, Paul Giamatti, Renée Zellweger, Russell Crowe. Drammatico. 144′. La storia di James Braddock (Crowe, intenso e devoto alla causa, come sempre, ma bravo è anche chi lo trucca), che, in piena depressione e crisi personale riuscì a tirarsi su, risalendo la china e conquistando, a sorpresa, il titolo di campione del mondo dei pesi massimi. La vicenda di James Braddock, come spesso capita con la boxe, è di per sé una metafora della vita. Quella del pugile d’origine irlandese sembra una favola, di cui egli è l’eroe che, dato per vinto, riesce a risorgere e a riscattarsi grazie alla sua determinazione. Per questo è senz’altro già degna di essere raccontata. Nel farlo, però, Howard commette due errori. In primo luogo, la condisce troppo, romanzandola ed infarcendola di sentimentalismi e retorica. In secondo luogo, nel presentare la storia di un uomo che ce la fa da solo si dimentica di quella società che solo lo aveva lasciato, per poi riabbracciarlo quando è ormai divenuto un eroe, senza dire che quella stessa America, che ha così bisogno di qualcuno da idolatrare, si dimentica sempre degli individui «comuni» che ne fanno parte. Al contrario, Howard glorifica la sua terra, che è sì sempre pronta ad offrire una seconda chance, ma solo a chi è tanto forte da prendersela. La regia è pulita ma ordinaria, ottimi Crowe e Giamatti, inespressiva e poco credibile la Zellweger, con la faccia pienotta e la pettinatura irreprensibile durante la miseria della grande depressione. *½
LA CITTÀ DELLE DONNE. Italia / Francia 1980. Federico Fellini. Con Bernice Stegers, Anna Prucnal, Ettore Manni, Marcello Mastroianni. Grottesco. 148′. Snaporaz, uomo di mezza età, scende dal treno su cui sta viaggiando con la moglie per seguire una donna misteriosa. Si trova dapprima in un albergo dove scatenate femministe tengono un tumultuoso convegno (di cui nulla capisce), poi nel castello di un certo Katzone, un santone dell’erotismo, poi in un tribunale dove le donne lo condannano e in un’arena in cui deve essere linciato. Lacan sosteneva che "è impossibile la donna…perché non si può dire ‘tutte le donne’ … che è segno dell’impossibilità". Chissà se Fellini avesse letto Lacan prima di dirigere "La città delle donne". Fatto sta che quest’ultimo è un viaggio (ovviamente onirico) in un mondo femminile bizzarro e incoerente, molto spesso cupo e inquieto, spesso inquisitorio e castrante. Sicuramente indefinibile. Sebbene il film sia troppo lungo e sfilacciato, Fellini getta uno sguardo ironico e anche critico nei confronti del genere femminile, in molte delle sue sfaccettature e nel rapporto con l’altro sesso. Il film è del 1980: chissà che genere di ritratto avrebbe dipinto in questi ultimi anni… **
LA CITTA’ INCANTATA. (Sen to Chihiro no kamikakushi); Giappone 2001. Hayao Miyazaki. Animazione. 122′. In una città segreta e magica, ai confini di quella vera, i genitori della piccola Chihiro vengono trasformati in maiali. Comincia così la sua avventura per sciogliere l’incantesimo e tornare nel mondo reale. Miyazaki costruisce una favola moderna assolutamente perfetta, in cui storia, immagini, simboli e morale si intrecciano alla perfezione in un’avventura che incanta, fa riflettere e commuove con sincerità. Numerose le interpretazioni del film. Da quella politica (la strega Yubaba rappresenta il vertice del potere, con tutte le sue caratteristiche, dall’avidità al dispotismo: essa comanda i suoi sudditi prendendo loro il nome, a simboleggiare la spersonalizzazione dell’era capitalistica. Ma è centrale anche il tema dell’accettazione e del rispetto per il diverso), a quella filosofica (la forza della volontà e la «socialità animale», propria dell’uomo, contrapposti a calcolo e furbizia e come unici approcci al mondo e alla vita per superare avversità e problemi), passando per quella più intimista (la scoperta del mondo e delle sue nefandezze, l’abbandono della pubertà e la consapevolezza del valore dei sacrifici e dell’umiltà). Straordinario anche da un punto di vista formale e per la fantasia nella creazione dei personaggi (animali, vegetali, minerali e oggetti antropomorfi in continuo movimento) e nelle metafore visive. Capolavoro. ****
CLOCKERS. (Clockers); USA 1995. Spike Lee. Pee Wee Love, Regina King, Delroy Lindo, John Turturro, Harvey Keitel, Mekhi Phifer. Drammatico. 129′. In un quartiere nero di New York viene commesso l’ennesimo omicidio. Il fratello di Strike, uno spacciatore di piccolo taglio (un "clocker") confessa, ma il detective Rocco (Keitel, come ci ha spesso abituati, su grandi livelli) non gli crede. Melodramma "black" firmato Lee che si trasforma in un’amara riflessione sociologica sui quartieri neri della New York di Giuliani (siamo negli anni ‘90) e sulla loro cultura violenta e perdente. C’è ancora speranza, ma solo per chi ci crede fino in fondo e ha la forza di lottare: dal poliziotto che invece di fregarsene cerca la verità, ai neri onesti che mantengono la famiglia con due lavori, fino a Strike che, messo alle corde, sceglierà di partire. Lee è sincero ed ispirato, i personaggi sono convincenti e la regia è accattivante, anche se, a tratti, "Clockers" si perde in una troppo prolissa verbosità e in qualche tempo troppo dilatato. ***
CLOSER. (Closer); USA 2004. Mike Nichols. Con Nick Hobbs, Clive Owen, Natalie Portman, Jude Law, Julia Roberts. Drammatico. 98′. Nella Londra contemporanea va in scena un vibrante walzer delle coppie che coinvolge due donne americane e due uomini inglesi, fra tradimenti, confronti, bugie e dolorose verità. L’amore non è cieco. Al contrario, è un sentimento presbite, perché mano a mano che ci si allontana si vedono i difetti dell’altro. La distanza, però, nasce da un allontanamento figurato, causato dallo scorrere del tempo, da emergenti incompatibilità e da tentazioni esterne. La distanza dell’occhio di Nichols (abile e misurato), invece, è impietosamente ridotta al minimo (closer), così da rivelare, con lucido senso realistico ed una calibrata amarezza, drammi, illusioni e fragilità delle relazioni amorose. Queste, inevitabilmente, dovranno fare i conti con il compromesso, chiave di lettura essenziale per chi vuol comprendere l’amore. Un dramma intenso e verboso (i dialoghi brillanti mantengono un ritmo vivace, sovente a discapito del realismo), ben diretto e ben recitato da quattro attori in forma: la Roberts (che si concede anche il turpiloquio) e Law interpretano finalmente personaggi nuovi; La Portman e, soprattutto, Owen (crudo, cavernoso, sporco e maledettamente vero) sono eccezionali. Da vedere in lingua originale. ***
CLOSE-UP. (Nema-ye nazdik); Iran 1990. Abbas Kiarostami. Con Mohsen Makhmalbaf, Hossain Farazmand, Hossain Sabzian. Grottesco. 100′. Ali, un giovane disoccupato, riesce a introdursi presso una famiglia benestante, facendosi passare per il noto regista Moshen Makhmalbaf e millantando un progetto cinematografico, per un film di cui quella famiglia dovrà essere protagonista. Quando l’inganno viene scoperto, Ali finisce in tribunale. Alla fine del processo incontra il vero Makhmalbaf, con cui si reca dai truffati a chiedere perdono. Basandosi su una (incredibile) storia vera e rappresentandola come un documentario senza fronzoli o riprese particolari (a parte il montaggio a incastro) Kiarostami gioca con la magia del cinema e con il suo significato più profondo: mezzo attraverso cui sognare ed emanciparsi dalla misera realtà quotidiana. Ma il regista iraniano si spinge oltre. La metafora e il significato del film sono tutti nella storia (vera, lo ripetiamo) di Sabzian. E non sono inventati dall’autore. La vita può essere più incredibile dell’arte e della finzione, ma è grazie all’arte che essa viene compresa e diffusa (l’artista condivide le sue emozioni, si sostiene nel film, citando Tolstoi). Arte e realtà si rincorrono a vicenda nell’eterna lotta-unione dei contrasti fra verità e fantasia, povertà e ricchezza, regole e sentimenti. ***½
IL CLUB DEI TRENTANOVE. (The Thirty-Nine Steps); Gran Bretagna 1935 b/n. Alfred Hitchcock. Con Lucie Mannheim, Godfrey Tearle, Madeleine Carroll, Robert Donat. Spionaggio. 81′. Richard Hannay (Donat, candido e tranquillo, figura eroica e ironica, tanto naif da essere per forza dalla parte dei «buoni»), un canadese di passaggio in Inghilterra, viene avvicinato da una donna misteriosa in un club notturno e si ritrova in possesso di un misterioso segreto. Costretto a fuggire perché accusato dell’omicidio della donna incontrata, cercherà di far emergere la verità. La più celebre spy-story del periodo inglese di Hitchcock è un elegante mix di sorprese, tensione ed humor e la costruzione a sezioni, seppur poco fluida, dà al film un ritmo continuo e spiazzante. Poco si comprende sino alla fine, così che chi guarda è disorientato e incuriosito. La scena della fuga in treno, splendida, sarà ripresa in numerosi film di De Palma (e non solo). ***½
IL CODICE DA VINCI. (The Da Vinci Code); USA 2006. Ron Howard. Con Jean Reno, Paul Bettany, Alfred Molina, Ian McKellen, Audrey Tautou, Tom Hanks. Thriller. 149′. Dopo aver disertato l’appunto preso con il professor Robert Langdon, il curatore del museo del Louvre viene assassinato. Langdon diventa il principale indiziato, ma con l’aiuto di Sophie Neveu, crittografa della polizia parigina, scopre indizi che portano a una setta religiosa che da duemila anni nasconde un terribile segreto… Il libro scritto da Dan Brown non è solo un furbesco e ruffiano best-seller che ha goduto di troppa fortuna. All’opposto, esso possiede almeno due pregi evidenti: in primo luogo, combina, alla perfezione, dettagliate e affascinanti (per quanto scientificamente discutibili) ricostruzioni storiche e d’interpretazione artistica con un intreccio al fulmicotone che trabocca colpi di scena e tiene desta l’attenzione del lettore; in secondo luogo si lascia leggere in poche ore, divertendo, favorendo l’identificazione e non rubando troppo tempo a chi legge. Mi si perdoni l’ennesimo confronto libro-film, ma i due pregi sono proprio ciò che manca al film di Ron Howard. Questi, che sembra girare con un compasso visto che la macchina da presa non fa altro che roteare a destra e a manca, si preoccupa di raccontare un’appassionante avventura per le vie di Parigi, ma le toglie pathos, un climax vorticoso, qualche indovinello assai stimolante e molti dei gustosi riferimenti culturali presenti nel libro. Se si aggiunge che gli attori (con la presenza di molte super-star) sono quasi tutti fuori forma ecco che il risultato è mediocre. E, infine, perché Sophie/Tatou, che ha nella storia ha un ruolo fondamentale, in tutti i sensi, è rappresentata come una "scemetta"? *½
CODICE MERCURY. (Mercury Rising); USA 1998. Harold Becker. Con Kim Dickens, Chi McBride, Miko Hughes, Alec Baldwin, Bruce Willis. Thriller. 111′. Un bambino autistico decodifica su un giornale di enigmistica un codice segretissimo del Ministero della Difesa. La falla del sistema viene scoperta e i suoi genitori vengono uccisi e lui si salva nascondendosi nella casetta dei giocattoli. Rimasto solo, viene protetto e aiutato da Art Jeffries, un agente Fbi in guerra coi superiori. Ma le alte sfere sono decise ad eliminarlo. Thriller tutto azione e poche chiacchere, rozzo e un po’ forzato, ma anche ingenerosamente bistrattato dalla critica. Il ritmo c’è tutto e si rimane ben attenti per vedere come andrà a finire. Willis e Baldwin sono due marionette e le ipotesi complottistiche perdono forza dopo cinque minuti, ma se avete voglia di adrenalina facile lo troverete migliore di molti altri prodotti. Il gioco di parole del titolo originale va a farsi friggere nella versione italiana. **
COLLATERAL. (Collateral); USA 2004. Michael Mann. Con Irma P. Hall, Peter Berg, Mark Ruffalo, Jada Pinkett Smith, Jamie Foxx, Tom Cruise. Noir. 119′. Il killer professionista Vincent (Cruise, sembrerà una crociata contro di lui ma non convince neanche questa volta: troppi scatti e troppa sicumera ostentata, peccato perché il brizzolato e Mann avevano quasi migliorato le cose) costringe un tassista (Fox, bravo, non c’è che dire, convincente, credibile e verosimile) a fargli d’autista. Ma questi farà di tutto per ribellarsi. Dal tramonto all’alba, nel cuore nero della città più spersonalizzante del mondo. Mann taglia in due (come da tradizione) il nero che avvolge Los Angeles: da una parte la determinazione fattiva e la cinica intraprendenza di Vincent; dall’altra la ligia pavidità e la lealtà naif di Max. Nessuno dei due percorsi prevale: affetto e indulgenza sono tutti per Fox ed il «cattivo» Vincent è veramente cattivo, ma il suo metodo è quello vincente. La contrapposizione è per lungo tempo bilanciata e appassionante, poi il meccanismo si inceppa: qualche forzatura nella sceneggiatura (nel finale si faccia attenzione alla telefonata di Fox e alla corsa in metro), i repentini cambi di personalità dei protagonisti (Cruise è troppo spesso filosofo e Fox diventa troppo facilmente eroe), l’affettazione di Cruise (che non regge il confronto con Fox). Girato interamente di notte ed in digitale ad alta definizione. **
COLPEVOLE DI OMICIDIO. (City by the Sea); USA 2002. Michael Caton-Jones. Con Patti Lupone, William Forsythe, James Franco, Frances McDormand, Robert De Niro. Drammatico. 108′. Il detective Vincent LaMarca è figlio di un assassino condannato per infanticidio a seguito di un fallito tentativo di rapimento. Quando il suo compagno viene brutalmente assassinato, gli indizi cadono su Joey, che altri non è che il figlio che Vincent ha abbandonato insieme alla prima moglie. Vincent si troverà a dover scegliere tra essere un buon padre o un buon poliziotto. Dramma, tragedia e morte in un thriller atipico che gioca a fare il mèlo. De Niro è un cane bastonato ed è difficile trovare simpatico il suo personaggio di padre codardo e evanescente, ma fa meglio che in altre recenti occasioni. Benché la sceneggiatura mostri falle evidenti e non racconti nulla di nuovo, il film si lascia seguire sino alla fine. **
IL COLPO. (Heist); Canada/USA 2001. David Mamet. Con Rebecca Pidgeon, Sam Rockwell, Delroy Lindo, Danny De Vito, Gene Hackman. Noir. 111′. Un gruppo di rapinatori deve realizzare un colpo con cui rubare l’oro di una banca svizzera. Essendo stato filmato da una telecamera, il capo della banda, Joe (Hackman, splendido: furbo come una volpe e sicuro come "il re della foresta", anche Lupin vorrebbe essere come lui) è costretto a fuggire e mira all’intero bottino, ma sono in tanti ad essere interessati all’osso. Sceneggiatura di ferro, ritmo, trovate e dialoghi brillanti (un paio di punch-lines sono ottime) in un thieves-movie frenetico e divertito che ha nel furto con destrezza il suo implicito protagonista. Il cervello si pasce voluttuoso di tanta sorprendente arguzia e i 111 minuti volano sull’onda dell’entusiasmo criminale alimentato da un ingranaggio perfetto come un orologio svizzero, e stupefacente come un piano di riserva. ***
UN COLPO DA DILETTANTI. (Bottle Racket); USA 1996. Wes Anderson. Con Haley Miller, Shea Fowler, Ned Dowd, Owen Wilson, Luke Wilson. Commedia. 92′. Dopo aver trascorso un periodo in un centro di igiene mentale, Anthony (L. Wilson, anonimo e caricaturale, specialmente quando recita la parte dell’innamorato) raggiunge il suo amico Dignan (O. Wilson, una volta tanto meglio del fratello, in un ruolo da rigido compulsivo), insieme all’amico in comune Bob, tenteranno una improbabile rapina. La prima opera di W. Anderson è un film a metà, una commedia bislacca che si inceppa, indecisa, nel voler essere al tempo stesso manifesto di follia poetica e intimismo riflessivo. Poco convincenti gli attori, poco appassionante la trama, si ride a volte e la regia è su buoni livelli, ma nel complesso delude. *½
COLPO GOBBO ALL’ITALIANA. Italia 1962. Lucio Fulci. Con Gina Rovere, Andrea Checchi, Marisa Merlini, Mario Carotenuto. Commedia. 100′. "I soliti ignoti", al contrario. Avvenuta la rapina, una banda improvvisata dovrà rimediare, altrimenti un’ingenua guardia giurata perderà il posto e un commerciante di prodotti elettronici rischierà di perdere soldi e credibilità. Fulci ha un approccio scanzonato e divertito e, grazie alla bravura dei caratteristi di contorno e ad un ispirato Carotenuto (autore del soggetto) racconta di una Roma che non c’è più, di vizi e debolezze del "popolino" e di una solidarietà (non sempre spontaneamente sincera) tra reietti, che fa sempre il suo effetto (anche comico). **½
COME ERAVAMO. (The Way We Were); USA 1973. Sydney Pollack. Con Bradford Dillman, Viveca Lindfors, Barbra Streisand, Robert Redford. Drammatico. 120′. A una festa Kathie incontra Hubbel, di cui è innamorata dai tempi dell’università. Lui è uno scrittore di talento, lei è impegnata politicamente. Dopo un rapido corteggiamento i due si sposano poi Hubbel viene chiamato a Hollywood e qui scopre di non saper dire no ai compromessi. Lei, intanto, s’impegna ancora di più nella lotta contro la "caccia alle streghe". Appassionata love story a sfondo politico che ripercorre un periodo storico tormentato: dal 1937 al 1950. Intense e convincenti le scene d’amore, più incerto, invece, l’approfondimento degli aspetti politici. Ciò che convince maggiormente è la tematica del compromesso. I due protagonisti si lasceranno per questioni di principio. Perché "gli esseri umani sono i principi in cui credono", come dice la Streisand. E così Pollack riflette sulle scelte fatte, in amore come in politica, dalle persone, come dalla nazione (nel raccontino scritto dal Personaggio interpretato da Redford c’è un confronto tra lui e l’America), per concludere che anche i più forti e i più tenaci ("Tu non molli mai", dice Redford alla Streisand all’inizio come alla fine del film) devono saper perdere. **
COMPLESSO DI COLPA. (Obsession); USA 1976. Brian De Palma. Con John Lithgow, Wanda Blackman, Cliff Robertson, Geneviève Bujold. Thriller. 95′. Michael Courtland si sposa a Firenze dopo la guerra. Nel 1959, a New Orleans, sua moglie e sua figlia vengono rapite per una richiesta di riscatto e uccise dopo che Michael ha avvisato la polizia. Vent’anni più tardi, di passaggio a Firenze, l’uomo incontra una donna in tutto simile alla defunta moglie, e se ne innamora follemente. L’omaggio all’hitchcockiano "La donna che visse due volte" è talmente smaccato che sembrerebbe inutile menzionarlo. Eppure De Palma sa come curare il suo tributo, arricchendolo di sfumature psicologiche e soffermandosi su un’ansia tipica della società americana: la seconda opportunità. Lo sguardo del regista è ombrato e pessimista e il rimorso dell’errore quanto mai distruttivo. Ottima tensione da thriller, la cui soluzione, tuttavia, sembra prevedibile sin dall’inizio. **1/2 

CON AIR. (Con Air); USA 1997. Simon West. Con John Malkovich, Steve Buscami, Rachel Ticotin, Nicolas Cage, John Cusack. Azione. 115′. Con Air è un aeroplano che ogni anno trasporta criminali che devono essere processati, ricoverati in ospedali o trasferiti in altre prigioni. Il carico è davvero speciale: vi sono i più pericolosi e noti prigionieri del sistema penitenziario statunitense, che stanno per essere trasferiti in una prigione di massima sicurezza e c’è Cameron Poe, detenuto in libertà provvisoria e ansioso di rivedere la moglie e la figlia. Ma il viaggio non sarà tranquillo. Che cos’è l’auto-ironia? È Steve Buscemi che scimmiotta Hannibal Lector e canta una canzoncina insieme a una bambina che potrebbe essere la sua prossima vittima. O è un caricaturale John Malkovich, che minaccia di sparare a un coniglietto di pezza, ricattando l’eroe Nicolas Cage. Di certo non c’è auto-ironia – e nemmeno sarcasmo – in tutti quei gesti o in quelle parole, che richiamano un eroismo falso e affettato, denso di retorica e buoni sentimenti, che non può non prendersi sul serio. E l’utilizzo di personaggi macchiette, della farsa o di situazioni al limite del ridicolo non costituiscono brillanti trovate umoristiche, ma sono solo tentativi di alleggerire una trama goffa e pedante e una generale mancanza di idee; sono degli orpelli, peraltro ipocriti, posticci e tremendamente facili. Strano è, quindi, che alcuni critici si siano lasciati gabbare dal furbo Bay, che mette su un banalissimo film d’azione con tante esplosioni, e più di uno scopiazzamento, e che aleggia tra la retorica superominista dell’eroe a stelle e strisce e una burletta scanzonata e puerile. Salviamo solo Steve Buscemi. *½
CONFRONTING THE EVIDENCE. (Confronting the evidence); USA 2005. Jimmy Walter. Documentario. 161′. Un documentario alternativo sulla nota vicenda dell’"11 settembre" che ricostruisce l’evento, mettendo in dubbio la versione (ufficiale) fornita dal governo USA ed il comportamento delle autorità pubbliche nel gestire la situazione. Le accuse vertono sui seguenti punti: 1. gravi omissioni della Environmental Protection Agency, un’autorità indipendente (dal governo, ma in teoria anche dagli interessi che dovrebbe controllare) che non ha allertato i cittadini a proposito dell’inquinamento dell’aria causata dalle polveri e dalle macerie post-crollo; 2. causalità del crollo delle due torri e degli altri edifici limitrofi (in base a rilevazioni scientifiche la tesi di una "demolizione controllata" attraverso l’uso di esplosivo è molto più fondata della teoria dell’incendio o dell’urto da aereo); 3. l’aereo sul pentagono di cui non è rimasta traccia, se non un foro di dimensioni troppo piccole per un velivolo civile; 4. esiguità dei finanziamenti (60.000 $) destinati all’indagine sull’"11 settembre", chiusasi in troppo poco tempo e con risposte poco convincenti; 5 conflitti d’interesse in capo ai titolari della Commissione d’inchiesta e vantaggi che il governo ha tratto dall’evento. Le tesi portate avanti dal documentario sono interessanti, convincenti e ben argomentate e, a parte le considerazioni finali di carattere maggiormente politico, la prima parte del film è principalmente basata su ipotesi scientifiche di notevole autorevolezza. Un ulteriore elemento merita di essere sottolineato: la ricchezza di J. Walter. La produzione, realizzazione e distribuzione del film è costata a quest’ultimo 7 milioni di $. Le argomentazioni del film dunque, convincenti ma di difficile realizzazione (anche per gli ostacoli "ufficiali"), permettono una considerazione: in tempi di internet e di grande libertà d’informazione per ottenere una versione meno contraddittoria e più verosimile di quella fornita dal governo americano su uno degli eventi più tragici e più sconvolgenti degli ultimi anni (e della storia dell’umanità in genere), c’è ancora bisogno di molto denaro, tempo e perseveranza. Quindi non temete, siamo sempre più liberi e più uguali e saranno i nemici della democrazia a pagare. ***
LE CONSEGUENZE DELL’AMORE. Italia 2004. Paolo Sorrentino. Con Raffaele Pisu, Angela Goodwin, Adriano Giannini, Olivia Magnani, Toni Servillo. Drammatico. 100′. Titta Di Girolamo (Servillo, una delle migliori interpretazioni della storia del cinema italiano: la sua faccia è un quadro che ritrae emozioni e non-emozioni) è un commercialista che vive in un albergo in Svizzera. La sua vita è monotona, piatta ed insignificante. La famiglia lo ha abbandonato ed il resto del mondo non gli interessa e non lo scuote. L’attrazione da e per una ragazza (Magnani, il cognome pesa e i geni sembrano ancora inattivi, ma possiede un raro fascino magnetico) incrineranno il suo «schermo di protezione» portandolo a rischiare. La sublimazione dell’afasia si suggella nella stasi della vita e nell’arrendevolezza di un cuore pavido. La cerebralità ed il controllo delle emozioni conducono ad una morte esistenziale che può essere scossa dall’unica emozione non gestibile: l’amore. Titta Di Girolamo, che di frivolo ha solo il nome ed ha la faccia poli-espressiva di un grande Servillo, conduce la sua esistenza atarassica e priva di scosse, mantenendo sotto controllo qualsiasi atteggiamento, anche quelli che altri riterrebbero rischiosi e non saprebbero gestire. Ed è solo la possibilità di un nuovo amore a far crollare la corazza di quotidianità che lo protegge. Sorrentino decanta la misera pochezza della vita esaltando l’amore e la sua dolce pericolosità. Indagando il microcosmo noir di un uomo e soffermandosi sul «particolare» puntuale, racconta il «generale» della vita e delle (non) emozioni, mettendo il (suo) cervello (e le sue abili mani) al servizio del (nostro) cuore. Con una regia mirabolante e puramente artistica, che si conforma al racconto e all’idea che lo permea (si pensi alla dilatazione dei tempi della prima parte dedicata alla noia e ai virtuosismi usati per le fasi più emozionali), il regista napoletano si concentra sulla messa in scena, elevandola a strumento narrativo cinematografico per eccellenza, lì dove vengono meno sceneggiatura o immagini. Con buona pace dei forzati della critica anticonformista a tutti i costi, Sorrentino, con questo film, dimostra di essere il miglior cineasta italiano in circolazione. A conferma si segnala, inter alia, il piano sequenza che racconta l’interrogatorio da parte dei mafiosi: degno di Orson Welles. Trionfo al David di Donatello con cinque premi fondamentali. ***½
THE CONSTANT GARDNER – LA COSPIRAZIONE. (The Constant Gardener); USA/Gran Bretagna/Kenya/Germania 2005. Fernando Meirelles. Con Pete Postlethwaite, Danny Huston, Daniele Harford, Rachel Weisz, Ralph Fiennes. Drammatico. 128′. Tesse (Weisz, recita col pancione, brava, ma nella media), attivista per una ONG e moglie di un diplomatico parte per l’Africa dove sta portando un’inchiesta importante. Quando verrà misteriosamente uccisa il marito (Fiennes, apatico e sobrio, come vuole il ruolo, ma anche di sottrazione: ad ogni modo buono) cercherà di trovare il responsabile. Da un romanzo di John Le Carrè, un "film d’impegno", cui manca, forse, proprio quella passione e quella rabbia che cerca di trasmettere: quasi che mutuasse la placida personalità del suo protagonista, mite ambasciatore con l’hobby del giardinaggio, ma aspirasse alla fervida e impetuosa convinzione della sua partner, focosa attivista umanitaria. Meirelles viene dalla fotografia e si nota palesemente da come gioca con le tonalità cromatiche (dall’algida e bianca asetticità di Londra all’iride terrosa e di carne del Kenya) e da come «ritrae» l’Africa; tuttavia, riesce anche a dare forza ad una sceneggiatura non impeccabile e sa dirigere bene gli attori. Condivisibile la denuncia alla «barbarie farmaceutica», con la quale chi saccheggia si maschera da salvatore, ma la figura di Tess, ricca rivoluzionaria privilegiata e idealista senza arte né prudenza, è decisamente stereotipata e riduttiva. **½
CONSTANTINE. (Constantine); USA 2005. Francis Lawrence. Con Tilda Swinton, Max Baker, Djimon Hounsou, Shia La Beouf, Rachel Weisz, Keanu Reeves. Azione. 121′. John Constantine (Reeves, si atteggia a duro fumando decine di sigarette, ma di recitare non se ne parla) è un esorcista sensitivo che cerca di riguadagnarsi un posto in paradiso, dopo aver cercato di suicidarsi (morendo per due minuti). Nel frattempo il figlio del diavolo (già, anche lui ha avuto la sua attività sessuale) vuole scendere (o salire) sulla terra per conquistare il regno dei mortali. Lawrence si diverte a giocare con il paracattolicesimo aggiungendo un nuovo capitolo nell’eterna lotta tra bene e male e tra Dio e Satana. Nella sceneggiatura non tutto fila liscio, ma la nuova versione dell’apocalisse, bizzarra ed ai limiti del blasfemo, è divertente e non eccessivamente stupida. Niente filosofia e men che meno teologia, ma almeno Lawrence sa usare i mezzi che ha (con un pizzico di presunzione, va detto) e l’intrattenimento c’è. Cameo per Tilda Swinton, perfettamente androgina per interpretare l’arcangelo Gabriele e per Stormare, il diavolo, che Constantine chiama Lù (da Lucifero). **
IL CONTE MAX. Italia 1957 b/n. Giorgio Bianchi. Con Tina Pica, Alberto Sordi, Susana Canales, Anne Vernon, Vittorio De Sica. Commedia. 120′. Alberto, edicolante in via Veneto, cova il desiderio nascosto di far parte di quell’alta società con cui ha a che fare ogni giorno, ma da cui si sente sempre escluso. Per realizzare questo suo sogno gli viene in aiuto uno stravagante cliente, il conte decaduto Max Orsini. Dolciastro remake del "Signor Max" di Camerini, nel quale De Sica interpretava il ruolo che adesso spetta a Sordi. I due attori sono bravissimi e sopperiscono ad una regia assente e sempliciotta, ma la commedia degli equivoci funziona, diverte e convince. Solo a tratti, tuttavia, la satira dell’arrogante e noiosa vita da nobile riesce a graffiare. **½
CONTRATTO MORTALE. (Pursued); USA/Canada 2004. Kristoffer Tabori. Michael Clarke Duncan, Estella Warren, Gil Bellows, Christian Slater. Azione. 95′. Ben è un brillante e creativo manager/scienziato di un’impresa in crisi. Un "cacciatore di teste" (Slater, patetico) che lavora per una ditta concorrente, tenterà, con ogni mezzo, di accaparrarsene i servigi. Telefilmaccio di mediocre fattura, scontato, noioso e inverosimile. Slater è insopportabile, Bellows assolutamente insulso, ma peggio di loro riesce a fare la "bambolina" Estella Warren, Laurea Honoris Causa per la stupidità al suo personaggio e a lei, per come l’interpreta. *
THE CORE. (The Core); USA/Gran Bretagna 2003. Jon Amiel. Con Tcheky Karyo, Delroy Lindo, Stanley Tucci, Hilary Swank, Aaron Eckhart. Fantascienza. 135′. Il nucleo della terra ha smesso di ruotare. Sei persone (tutti gli interpeti sono sottotono, anche Tucci e la Swank. Come spiegare la presenza di quest’ultima? Si presume che anche lei, in fondo, debba mangiare), di grande valore, tentano una missione impossibile, per salvare il pianeta, dilaniato da disastri causati da fenomeni magnetici di straordinaria potenza. La qualità del film decresce esponenzialmente, mano a mano che ci si avvicina al nucleo. Il film partirebbe bene, grazie ad un bel prologo tutto ritmo e catastrofi e alla tendenza compulsiva di Amiel ad usare carrelli e «zoommate» (la mobilità è eccessiva ma visto il genere è bello lasciarsi… «muovere»). Poi, i personaggi si accettano solo con l’accetta, i dialoghi sfociano nel grottesco, l’eroismo diventa gara e tutto è forzato all’eccesso, anche e soprattutto certe teorie (pseudo)scientifiche, davvero difficili da mandare giù. *
THE CORPORATION. (The Corporation); Canada 2003. Mark Achbar – Jennifer Abbott. Documentario. 145′. Un bambino nasce senza occhi, una rana sviluppa una terza zampa anteriore, operai vengono pagati con un 1/3 dell’1% del costo del bene che producono, 6 persone vengono uccise in una manifestazione per l’acqua. In quale orrendo regime "nazista-comunista" ci troviamo? Niente di tutto ciò, sono solo alcuni degli effetti dell’economia mondiale, basata esclusivamente sul libero mercato e sul conseguimento del profitto da parte delle multinazionali. E’ la tesi sostenuta (con filmati, interviste e prove convincenti) da "The Corporation". Un documentario di due ore e mezza che va giù liscio come l’olio e che, con lucidità e senza retorica, racconta la spaventosa deriva liberista ed autolesionista del nuovo millennio. ***
I CORTI DI DAVID LYNCH. (The short films of David Lynch); USA 2002. David Lynch. Raccolta. 97′. Intervallati a spezzoni di un’intervista a David Lynch vengono proposti sei cortometraggi a firma del grande regista americano. I titoli sono: "Six Men Feeling Sick (Six Times)" (→); "Alphabet" (→); "The Grandmother" (→); "The Amputee" (→); "The Cowboy and The French Man" (→); "Premonitions following an evil dead (→). Frammenti di poetica e di vita Lynchiana. In una fumosa intervista che converge con lo stile estetico dell’intervistato, Lynch annuncia i suoi cortometraggi, aggiungendo aneddoti e antefatti. Un prodotto per fans, ma ben confezionato e di qualità: sobria e piacevole l’intervista; straordinari i cortometraggi, che hanno in comune l’idea del sogno e del potere della mente, slegata dal corpo e dal reale e rivelano tutta l’estetica surrealista e l’indecifrabilità lynchiana. ***
CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO. (Jeremiah Johnson); USA 1972. Sydney Pollack. Con Delle Bolton, Allyn Ann McLerie, Will Geer, Robert Redford. Western. 110′. Jeremiah Johnson (Redford, barba lunga, sguardo triste e nobile, nel complesso un’interpretazione discreta), abbandonata la città, si rifugia tra le Montagne Rocciose per fare il cacciatore. Qui farà molti incontri e per un po’ sarà anche felice (grazie alla compagnia di una moglie e di un bambino preso sotto la sua ala), finché una tribù indiana non gli massacrerà la famiglia. Pollack realizza un western montano, con pochi dialoghi, tanti paesaggi ed alcuni significativi primi piani. E che si segnala soprattutto per il contributo al genere, per l’originalità con cui dipinge gli indiani (a volte buoni, altre cattivi, mai inferiori, in generale dei coabitanti di una terra libera in cui la pace sembra impossibile) e per un’interessante visione dolce-amara della vita bucolica e solitaria tra le montagne. **½
THE COWBOY AND THE FRENCH MAN. (The Cowboy And The French Man); USA 1988. David Lynch. Con Frederic Golchan, Jack Nance, Harry Dean Stanton. Commedia. 26′. Un francese in America si imbatte in una comunità di cow-boys. Realizzato per la tv francese, è una scanzonata e irriverente parodia del pregiudizio e della sua stolta ingenuità. Senza rinunciare ad il suo stile bizzarro e onirico Lynch privilegia un tono da commedia, a tratti anche slapstick, sovente grottesca, che mette a confronto, unendoli fraternamente, i cliché sui rozzi cow-boys dell’America country con quelli sui raffinati e goderecci francesi. **½
CRASH – CONTATTO FISICO. (Crash); USA / Germania 2005. Paul Haggis. Con Brendan Fraser, Ryan Phillippe, Thandie Newton, Jennifer Esposito, Sandra Bullock, Matt Dillon, Don Cheadle. Drammatico. 113′. Una coppia di cinesi; due poliziotti amanti occasionali; due ladri di auto che teorizzano su società e razza; un procuratore e la sua annoiata moglie borghese; un poliziotto razzista che con il suo atteggiamento "corrompe" il suo partner, una giovane recluta idealista; un regista televisivo nero di successo e la moglie; un commerciante persiano che compra una pistola per difendere il suo negozio; un operaio ispanico e la sua bambina, terrorizzata dalle pallottole, sono destinati a incontrarsi e a scontrarsi nel giro di poche ore in una Los Angeles cattiva e intollerante. "Crash", ovvero quando la retorica rovina le buone intenzioni. Partendo dagli intrecci di diverse anime perse nella Metropoli più multietnica e meno "intra-etnica" del mondo, Haggis mostra il razzismo, la violenza, l’individualismo e l’incomunicabilità della società americana (in particolare di L.A.) che esaspera diversità e conflitti tra culture. Nel farlo, però, è ossessionato dalla necessità di spiegare e descrivere lo stato dell’arte. E così si perde in un bicchier d’acqua, forzando la mano, rovinando alcuni (bei) personaggi (il regista nero, il poliziotto razzista [Dillon], il fabbro ispanico) e risultando spesso didascalico. Peccato, un’occasione perduta. **

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13 Luglio 2006 Commenti chiusi